DOCUMENTI PAPALI

-1 luglio 1376: Breve di Papa Gregorio XI;
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29 giugno 1461: Bolla della Canonizzazione, di Pio II;
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1623-1644: Papa Urbano VIII estende la festa della Santa (30 aprile) e conclude (1630) la controversia sulle stigmate;
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13 aprile 1866: Pio IX proclama la Santa Patrona secondaria di Roma; (Ad perpetuam rei memoriam, 13 aprile 1866);
- 1903-1914:  Pio X  proclama la Santa modello e patrona delle donne di Azione Cattolica.
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19 giugno 1939: Pio XII proclama San Francesco d'Assici e Santa Caterina da Siena Patroni d'Italia
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15 settembre 1943: Pio XII dichiara la Santa Patrona delle infermiere d'Italia
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4 ottobre 1970: Paolo VI proclama la Santa Dottore della Chiesa;
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29 aprile 1980: G.P.II commemora il VI centenario del transito della Santa;
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1 ottobre 1999: G.P.II proclama la Santa compatrona d'Europa, con S.Brigida e S.Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein); 

 

SANTA CATERINA NEI DOCUMENTI PAPALI
(A cura di: Padre Alfredo Scarciglia - Quaderno n.105)

BOLLA DELLA CANONIZZAZIONE DI SANTA CATERINA DA SIENA, PUBBLICATA DA PIO II
- San Pietro, 29 giugno 1461 -

     (...) Avea pure nel secolo scorso, a memoria de' nostri padri, fiorito nella stessa città (Siena) e nel sesso muliebre la vergine Caterina non inferiore di meriti nè meno a Dio accetta: di cui le preghiere non dubitiamo che già furono, ora sono e saranno nell'avvenire di molto giovamento all'umana famiglia. Imperocchè, siccome i peccati e le bestemmie dei malvagi provocano sopra di noi il furore divino, così, viceversa, le opere e le supplicazioni dei santi ce ne scansano. Ma Caterina, quantunque avesse quaggiù vissuta vita d'angelo, e pria dell'anno '80 del secolo volata al cielo, fosse per molti prodigi e gloriosi miracoli divenuta illustre, pure, non avendo i romani pontefici che me precederono ciò decretato, non venne sino ai dì nostri accolta tra le sante vergini di Cristo dalla Chiesa militante. Avean desiderato impartire quest'onore Urbano VI, e dopo lui Innocenzo VII, e da ultimo Gregorio XII; i quali tutti ebbero peculiar notizia di questa vergine e del santo viver di lei. Ma angustiati dallo scisma che infierì alla loro stagione, e molto agitati dalle turbolenze e dalle molestie di guerra, per divino avviso, come dicemmo, si passarono di ciò, affinchè infierendo la procella della divisione, ciò che l'un partito teneva per santo, non fosse dall'altro tenuto nel conto più vile.
   Fu adunque tal cosa differita ai nostri giorni, e a noi venne riservata la canonizzazione di questa santissima vergine, come di nostra conterranea e concittadina, affinchè la santità d'una vergine sanese venisse a luce per decreto d'un sanese regnante sul Seggio romano. Nel quale negozio non vogliamo punto negare che ci abbia eccitato un affetto santo e pio, imperocchè qual è mai che non procuri volentieri, ove ciò possa farsi per diritto ed onestamente, che sien divulgati gli elogi della sua città, le lodi della patria, le virtù della sua stirpe? Ciascuno desidera ardentemente di palesare i fatti eccellenti e gli uomini che per virtù chiari fiorirono in tutti i sessi ed in ciascuna parte del mondo; più volentieri però e con maggior diletto, quei che vissero nella sua patria e stirpe. E quantunque avessimo noi con molto gaudio in quale che sia popolo ravvisato le sublimi doti, l'eccellente ingegno, la mente divina, il santissimo volere della beata Caterina, maggior contento però è il nostro nello scorgere tali cose nella città di Siena, donde sortimmo i natali. Imperocchè nutriamo fidanza d'esse viemaggiormente e più peculiarmente partecipi dei meriti di lei, che se questa vergine o nell'Africa fosse nata, oppure nella Scizia o nell'India; non potendo per guisa veruna accadere che non ci derivi alcun privilegio dall'attenenza coi santi.
   Nè perciò dobbiam dire più o men del vero, nè a cagion del parentado o della patria carità deve essere alcuno annoverato tra i santi meriti, senza il solito esame, senza le consuete solennità. Laonde quantunque udimmo con piacere essere di Siena la beata Caterina di cui domandavasi la canonizzazione, nulla però trascurammo nella santificazion di lei di quelle cose che in solennità sì grande richieggonsi.
   V'erano perciò molte preci non solo del popolo sanese, ma sì ancora di altri: chè il carissimo figlio di Cristo Federigo Augusto Imperador de' Romani, e il diletto figliuolo Pasquale doge di Venezia, nobile personaggio, ci supplicarono che non fosse più lungamente quaggiù priva del debito onore questa vergine, a cui la divozione di molti popoli era vivamente indirizzata, e di cui molti prodigi si divulgavano. Nello andare a Mantova, essendoci nel maggio per qualche tempo fermati a Siena, e là essendoci nel pubblico concistoro, esposti i grandi meriti e i meravigliosi portenti di lei, e rivolte ardenti suppliche affinchè le decretassimo gli onori dei santi, non consentimmo sì presto, ma secondo l'antica consuetudine destinammo con l'oracolo della viva voce tre dei nostri fratelli cardinali della santa Romana Chiesa, un vescovo, un prete, un diacono, a diligentemente esaminare, dopo fatti i soliti processi, la vita, i costumi e i miracoli della stessa Caterina, operati in vita e dopo morte, e quanto resta per la canonizzazione di lei, e a farcene in secreto concistoro, com'è usanza, fedele relazione. I commissari discussero tal cosa per un anno e più, nel qual tempo noi da Mantova tornammo a Roma. Trovati gli antichi processi, che si composero in Venezia ed altrove, e di nuovo esaminati i testimoni, e ponderata con somma diligenza ogni cosa, pria separatamente ne fecero ne fecero relazione tra i cardinali soltanto, sinceramente ragguagliati di tutto che ebber ritrovato. Procurammo poi che fossero di nuovo recitate da un avvocato del pubblico concistoro quelle cose che pria ci avean significate. Da ultimo, adunati nella nostra corte tutti quei vescovi che eran con loro, e assistendoci i cardinali, i detti commissari nuovamente per mezzo del venerabile nostro fratello Guglielme di Porto, di nazione francese (il primo tra essi) ci esposero ciò che avean rinvenuto, e che parea convenevolmente provato. Dalla loro relazione, che fu oltre ogni dire ampia ed ornata, queste cose sommariamente attingemmo, che sono vere, provate, conosciute e manifeste.
   La Vergine Caterina, nata in Siena da parenti di mezzana condizione, pria che potesse per l'età conoscere Iddio si volle a lui consacrare. A sei anni desiderò fuggire a un eremo per servire il Signore, ed uscita dalla città si nascose in una caverna ch'era luogo solitario: quantunque dimoratavi poco tempo, così comandandole lo Spirito divino, fosse poi tornata a casa. Avendo imparato l'angelico saluto, quante volte montò la scala della casa paterna, tante a ciascun gradino piegato il ginocchio, riverì la beatissima Vergine Madre di Dio. E correndo l'anno settimo dell'età sua, consacrò la sua verginità a Cristo, cui con mirabile visione contemplò sedente nella sua maestà: e scorse gli arcani della corte celeste, i quali non può dir lingua mortale. Rinunziò ad ogni mondana delizia. Tutta si diè all'orazione, ed afflisse il suo corpicciuolo colle vigilie, coi digiuni, colle battiture. Persuase le fanciulle della sua condizione ad operare a questo modo. Giunta alla pubertà, stracciati i capelli, ricusò matrimonio di mortale. Spregiò le ingiurie e le maledizioni degli uomini. Tolse per forza piuttosto che non impetrò l'abito del beato Domenico, che portano le Donne della Penitenza. Esercitò l'ufficio di serva nella casa paterna, nessuna cosa più desiderando, che di apparire vile e abietta davanti agli uomini. Ai poverelli di Cristo colla venia del padre abbondevolmente soccorse. Con somma diligenza servì gl'infermi. Le tentazioni diaboliche e le continue zuffe degli spiriti maligni vinse con lo scudo della pazienza e col cimiero della fede. Ai prigioni ed agli oppressi arrecò sollievo come potè. Non uscì da lei parola che santa e religiosa non fosse. Ogni sermone di lei si versò intorno ai costumi, alla religione, alla pietà, al dispregio del mondo, all'amore di Dio e del prossimo, ed alla patria celeste. Nessuno le si appressò,che non ne partisse più dotto e migliore. La sua dottrina fu infusa, non già acquistata. Apparve maestra prima d'esser discepola: imperocchè rispose con molta prudenza ai professori delle sacre lettere, e sino agli stessi vescovi di chiese illustri; e loro a tal guisa soddisfece da rinviare come agnelli mansueti quelli che avea ricevuto come lupi e leoni feroci: dei quali alcuni, meravigliando la sapienza divina nella verginella, distribuite tra i poverelli le sostanze che possedeano, tolta la croce del Signore, vissero dappoi vita evangelica.
   Somma fu l'astinenza e mirabile lqusterità della vita di Caterina: imperocchè avendo affatto abbandonato l'uso del vino e della carne, nè più adoperando cibi di farina, a tale stremo venne da non mangiare più nè legumi nè pane, tranne solo quel pane celestiale, che il vero cristiano mangia nel sacramento dell'altare. Fu trovata, contenta solo della comunione eucaristica, aver prolungato il digiuno dal giorno delle Ceneri insino all'Ascensione del Signore. Per anni otto incirca si sostentò di unoscarso succo di erbe, e della sacra comunione. Andava alla mensa come a un supplizio. Alla comunione dell'altare quasi giornalmente con somma ilarità si appressava, come fosse invitata alle nozze celesti. Recavasi sotto le vesti il cilizio per mortificare la carne. non si servì di piume o di guanciali: si avea fatto un letto di tavole, e giacendovi dormiva pochissimo, che raramente tra giorno e notte il sonno di lei durava due ore: il rimanente del tempo impiegava nel vegliare, nell'orare, nel predicare, e nello attendere alle opere di misericordia. Con lunghe corde macerò le sue carni: era afflitta da un dolor di capo quasi continuo: ardeva per le febbri e veniva eziandio travagliata da altre malattie.    Combattea quasi assiduamente coi demoni ed era da loro assai molestata; diceva coll'Apostolo: "Quando sono inferma allora divento più forte"; imperocchè non venia meno tra tante tribolazioni, nè punto trascurava le opere caritatevoli. Assisteva ai miseri che soffrivano senza ragione. Riprendeva i peccatori e li esortava con benignissime parole a penitenza. A tutti insegnava allegramente i precetti di salvezza. A ciascuno con volto ilare addimostrava qualcosa si dovesse seguitare, quale fuggire: con somma maestria pacificava i dissidenti. Molti odii spense, e cessò inimicizie mortali. Non bubitò per la pace de' Fiorentini, che in guerra con la Chiesa erano condannati a un interdetto acclesiastico, di oltrepassare l'Appennino e le Alpi, e sino in Avignone recarsi a Gregorio XI, pontefice massimo nostro predecessore, a cui palesò di avere divinamente conosciuto il voto, benchè noto a lui solo e a Dio, ch'egli avea occultamente fatto di recarsi a Roma. Fu dotata ancora dello spirito di profezia, e molti avvenimenti predisse, e rivelò cose occultissime. Era sovente rapita dallo Spirito, e sospesa in aria si pasceva di celesti contemplazioni; talmente fuori di sè, che, tocca o percossa, di nulla si accorgeva, e ciò spesso le accadeva nel cibarsi della divinissima eucarestia.
   Molto dai popoli era stimato il nome di Caterina reputata come santa, e d'ogni parte i malati e i travagliati dagli spiriti maligni le erano condotti, e molti riacquistavano la salute. Ai languori ed alle febbri imperava nella virtù di Cristo, e costringeva i demoni a fuggirsi dagli ossessi. Laonde fu carissima ai romani pontefici Gregorio XI, di cui poco fa facemmo menzione, e ad Urbano VI: per guisa che venne adoperata nelle loro legazioni, e da essi arricchita di molti e grandi favori spirituali. Ed avendo a tal modo menata la vita, all'anno 33 incirca dell'età sua morì a Roma. Dell'assunzione e del glorioso ingresso di quest'anima in cielo stupende e mirabili rivelazioni si trovano presso quelle persone ch'ebbero in istima la vergine, e massimamente presso il confessore di lei Raimondo da Capua, maestro in sacra teologia, che fu poi nominato padre generale dell'ordine dei Predicatori. Il quale, dimorando a Genova la notte in cui la vergine morì, la vide al mattino nel dormitorio presso l'immagine della Madre di Dio rifulgente di meraviglioso splendore, e che gli indirizzava parole di consolazione. Il corpo di lei, per tanto tempo custodito, fu da ultimo sepolto in Roma nella chiesa dei Frati Predicatori della Minerva con gran divozione e riverenza del popolo: e al contatto del medesimo molti infermi riceverono da Dio la sanità per guisa che ad alcuni apportò salute l'aver tocche quelle cose che alla loro volta toccarono le sacre membra di Caterina.
   La quale, ricevuta in cielo, porse benigno orecchio ai voti di coloro che supplicavano, ed impetrò che venissero esauditi da Cristo suo salvatore, sposo e signore: imperocchè molti da varie malattie furono guariti, i quali all'udire il nome gloriosissimo della beata Caterina, la richiesero supplichevoli di patrocinio. Laonde il nome di Caterina fu avuto in venerazione a Venezia, dove non era stata mai, ed in altri luoghi, e moltissimi voti le vengono indirizzati.
   Queste ed altre moltissime cose avendo il venerabile nostro fratello vescovo di Porto esposte nell'adunanza dei cardinali e dei prelati ed affermato che furono chiaramente provate, richiesti singolarmente così i cardinali, come i prelati (di cui moltissimi furon presenti) di manifestare il loro avviso; parve a comune suffragio doversi dichiarar Caterina degna del Cielo: nè v'ebbe alcuno, che non avesse sommamente approvato di celebrarsene la canonizzazione. Or dopo avere tutti lungamente ascoltati, comandammo che fosse nella basilica del Beato Pietro, principe degli Apostoli, decentemente apparecchiato e decorato un pulpito, sul quale oggi alla presenza del clero e del popolo, dopo tenuto sermone della vita e dei miracoli di questa vergine, celebrata la messa solenne e fatte le consuete cerimonie secondo il rito, reputammo dover procedere alla canonizzazione di Caterina in forza di queste parole: «Ad onore dell'onnipotente ed eterno Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, ad esaltazione della fede cattolica ed aumento della cristiana Religione; coll'autorità di nostro Signore Gesù Cristo e de' Beati Apostoli Pietro e Paolo, e colla nostra, secondo l'avviso dei nostri fratelli, dichiariamo che Caterina da Siena, vergine d'illustre e d'indelebile memoria, di cui il corpo riposa in Roma nella Chiesa dei Predicatori che dicesi della Minerva, è stata (poichè ha ciò meritato la virtù di lei, cooperando la grazia divina) da molto tempo ricevuta nella Gerusalemme celeste nei cori delle beate vergini, e donata della corona di eterna gloria; e giudichiamo e definiamo doversi essa venerare come santa in privato ed in pubblico, e comandiamo che sia annoverata fra le sante vergini che venera la Chiesa romana: stabilendo che se ne celebri la festività per ciascun anno nella prima domenica del mese di maggio, e che a lei si renda gli onori che convengono alle altre beate vergini. Oltre a ciò, a quanti si recheranno nella stessa festività a visitare il sepolcro di lei, rilasciamo misericordiamente in perpetuo 7 anni ed altrettante quarantene delle penitenze loro ingiunte, come si costuma nella Chiesa».
    A nessuno adunque degli uomini sia lecito mettere in pezzi questa disposizione per ciò che riguarda la dichiarazione, la costituzione, il mandato, lo statuto e la rilassazione, o contraddirvi con temerario ardimento. Se qualcuno presume di violare comechessia queste pagine, sappia pure che incorrerà nell'indignazione dell'Onnipotente e de' beati apostoli Pietro e Paolo.
   Dato in Roma, a S. Pietro, l'anno 1461 dell'incarnazione del Signore, ai 29 di giugno, anno terzo del nostro pontificato.

                                     


BREVE DI PAPA PIO XII CON IL QUALE VENGONO PROCLAMATI SAN FRANCESCO D'ASSISI E SANTA CATERINA DA SIENA
PATRONI D'ITALIA  
- San Pietro, 18 giugno 1939 -

  Pio XII Pontefice Massimo a perpetua memoria.
   La sollecita cura della Chiesa universale che ci è stata commessa dal Divino Redentore ci spinge sempre a procurare quanto più ci è possibile il bene di tutti i fedeli sparsi per tutta la terra; ma poichè la Divina Provvidenza ha voluto che la cattedra romana di San Pietro fosse stabilita in Italia, la nostra volontà non può non rivolgersi in modo particolare a promuovere i vantaggi spirituali degli italiani e perciò appena ce ne è data l'occasione, ci disponiamo ad eseguire con solerte cura tutte quelle cose che ci sembrano le più opportune al fine predetto.     "Sicchè nelle difficoltà dei tempi, che da ogni parte premono anche le genti d'Italia, nessun altra cosa è più conforme al nostro ufficio pastorale, nonchè all'effetto che nutriamo verso i nostri connazionali, quanto l'assegnare loro presso il Signore, particolari patroni celesti, i quali ne siano come i custodi e i difensori.
   "Chi di noi invero potrebbe mai dubitare di non essere aiutato giorno per giorno dal patrocinio dei Santi presso Dio, specialmente quando, trovandosi in angustie si appoggia alla intercessione dei Santi, invoca il Signore e sente subito che il Signore lo esaudisce?
   "E questo tanto più giustamente può dirsi di quel patrocinio, col quale i santi proteggono le genti e le nazioni, specie quelle alle quali si sforzarono in tanti modi e in tante particolari circostanze, di portare aiuto, mentre essi ancora erano in terra, spinti dall'amore di Patria.
   "Senza alcun dubbio ciò si deve affermare di San Francesco d'Assisi e di Santa Caterina da Siena che, italiani ambedue in nostra Patria, in ogni tempo madre di santi. Di fatti San Francesco poverello e umile vera immagine di Gesù Cristo, diede insuperabili esempi di vita evangelica ai cittadini di quella sua tanto turbolenta età, e ad essi anzi, con la costituzione del suo triplice ordine aprì nuove vie e diede maggiori agevolezze, per la correzione dei pubblici e privati costumi e per un più retto senso dei principi della vita cattolica.
   "Né altrimenti si adoperò Santa Caterina, la fortissima e piissima vergine, che valse efficacemente a ridurre e a stabilire la concordia degli animi delle città e contrade della sua Patria e che mossa da continuo amore, con suggerimenti e preghiere, fece tornare alla sede di Pietro in Roma i romani pontefici, che quasi in esilio vivevano in Francia, tanto da essere considerata a buon diritto il decoro e la difesa della Patria e della Religione.
   "Ora poi il signor Cardinale Carlo Salotti, prefetto della Congregazione dei Riti, ci ha detto che gli arcivescovi d'Italia, assecondando il comune desiderio dei fedeli, fanno voti e ci rivolgono anzi supplici preci, affinché San Francesco d'Assisi e Santa Caterina da Siena, vengano da noi dichiarati e costituiti Patroni Primari d'Italia con l'intento di riaccendere l'avita pietà e farla maggiormente crescere. A questi voti si aggiunge anche l'amplissima commendatizia dello stesso porporato e perciò considerate attentamente tutte le ragioni e le circostanze ben volentieri abbiamo deciso di annuirvi.
   "Pertanto di nostro motu proprio di certa scienza e dopo matura deliberazione colla pienezza di nostra apostolica podestà, in virtù delle presenti lettere, dichiariamo da questo momento e costituiamo in perpetuo San Francesco d'Assisi e Santa Caterina Patroni Primari d'Italia.
   "Con la stessa autorità e in forza delle presenti da volere in perpetuo decretiamo che in Italia e nelle isole adiacenti, si celebrino ogni anno, dall'uno e dall'altro clero, nei giorni stabiliti e le feste degli stessi Patroni con relativa messa ed officio in rito doppio di prima classe, ma senza ottava, nonostante qualsiasi cosa in contrario.
   "Ciò benevolmente ordinano e decretano, comandando che le presenti lettere rimangano sempre ferme, valide in tutta la loro efficacia ; che ottengano i loro pieni e interi effetti che se ne possano pienamente valere oggi e in futuro quelli cui spetta o potrà spettare; e così doversi esattamente giudicare e stabilire, dichiarando fin d'ora in vita ed inane, qualsiasi cosa che dal riguardo, da chiunque o da qualsiasi autorità, scientemente o ignorantemente possa essere attentata in contrario.
   "Dato a Roma presso San Pietro sotto l'anello del Pescatore il 18 giugno del 1939 - 1° del nostro pontificato.
   Luigi Card. Maglione- Segretario di Stato.


LETTERA APOSTOLICA CON LA QUALE E' PROCLAMATA SANTA CATERINA DA SIENA
DOTTORE DELLA CHIESA UNIVERSALE DA PAPA PAOLO VI
  - San Pietro, 4 ottobre 1970 -

     Mirabile è Dio nella Chiesa: Egli, mentre tiene nascosti ai sapienti ed accorti i suoi disegni segreti, li rivela invece ai piccoli (cfr.Mt 11, 25; Lc 10, 21). Egli suole anche chiamare semplici e modesti discepoli, con celesti ispirazioni e stimoli, a cose eccelse, per l'edificazione del corpo di Cristo (Ef 4, 12), e affidar loro compiti salutari, spesso estremamente difficili e importanti. Di ciò è testimone Paolo, il quale, susando le parole del Divino Maestro, dimostra che con esse si manifesta il modo di condurre le segrete cose di questo mondo da parte del sommo Dio e indica anche che a lui, ministro mandato dalla Provvidenza divina per sottomettere le genti alla fede di Cristo, si riferiscono le parole: "Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1 Cor 1, 25). Difatti Dio, prudentissimo in tutto, quando sceglie qualcuno lo munisce di doni superni per il compito che gli affida, in modo che la Chiesa raggiunga ciò che Cristo suo fondatore ha stabilito per la salvezza degli uomini. E se il Signore Dio, che tutto regge col suo comando, agisce sempre così con gli uomini, tanto più attua i suoi voleri tra le più paurose tempeste nei pubblici eventi del mondo cristiano, sicchè i cristiani, nel momento stesso che temono le avversità, imparino dall'esperienza quanto sia grande la forza di quella celeste promessa: "Abbiate fiducia: io ho vinto il mondo" (Gv 16, 33) e così assecondino i piani voluti dalla Provvidenza, uniformandosi ad essi.
   Fu questa appunto la situazione della società cristiana al tempo in cui visse la vergine senese S. Caterina. Essa però nelle tante strettezze del suo secolo, mite e candida nell'ascolto attentissimo della parola di Dio, agì sempre con saggezza e fortezza, collocando tutta la fiducia in Dio, e risollevò la speranza di tutti abbattuta, impegnandosi con tutte le forze perché il Romano Ponefice non solo godesse della sua piena autorità e libertà, ma anche ritornasse a Roma, che Dio per sua disposizione mise a capo del mondo cristiano. E non c'è da meravigliarsi che, per compiere queste opere, la divina sapienza abbia donato alla castissima vergine dei lumi speciali, oltre quelle illustrazioni che, secondo il Concilio Vaticano provengono sia dalla riflessione e dall'applicazione dei credenti, quando in cuor loro confrontano i fatti e detti divini (cfr Lc 2, 19 e 51),sia dall'interiore comprensione delle cose spirituali acquisita con l'esperienza (cfr Costit. dogm. Dei Verbum, n. 8). Caterina, difatti, senza aver avuto nessun maestro umano, fu così riccamente riempita da Dio di doni "di sapienza e di scienza" (1 Cor 12, 2), da diventare efficacissima maestra di verità. Inoltre, altamente consapevole del suo compito di annunziare la verità e di far crescere la carità fra gli uomini, avanzò a grandi;passi, donando liberalmente i benefici dei carismi ricevuti ai cittadini del suo tempo abbattuti o nati in miserevoli condizioni.
   Con queste premesse, s'intende facilmente la ragione per cui noi, dopo che il nostro predecessore Pio II pontefice massimo le ebbe decretato l'aureola dei santi, fummo prei da uguale desiderio di onorarla col titolo di Dottore della Chiesa universale. Abbiamo ancora la lieta speranza che quest'onore attribuito al suo valore giovi meravigliosamente alla Chiesa di questo nostro tempo e faccia sì che la dottrina di Caterina, il suo modo armonioso di ragionare, infiammino la carità nei cuori dei cristiani e consolidando l'unità della Chiesa stessa, suscitino negli uomini un più ardente desiderio della santità, con la guida e il magistero del Vicario di Cristo.
   La santa Vergine di cui parliamo vide la luce a Siena nell'anno 1347, nata da Jacopo Benincasa e da Lapa Piagenti. L'adorabile Spirito divino tanto precocemente l'eccitò alla santità, che mai s'allontanò, finchè visse, dalla via della virtù. Era appena di sei anni quando le fu mostrata la figura stessa di Cristo, in abiti pontificali, che la benedisse. Poi verso il suo anno ottavo, offrì con voto a Dio la sua castità, desiderando in un primo momento di seguire l'esempio degli antiche Padri che vissero nella solitudine del deserto, poidi calcare le orme di San Domenico, di cui ammirava lo zelo di insegnare il bene. Nell'anno 1363 fu ammessa nel numero delle sante vergini che prendono il nome da S. Domenico, popolarmente chiamate Mantellate, e con esse fu assidua alle opere di pietà e di misericordia. Quando poi, illuminata da Dio, comprese in quali strettezze si dibatteva la Chiesa e che da quei mali ci si poteva guardare soprattutto con la preghiera e gli esercizi di pietà, si dedicò fino all'anno 1367 assiduamente all'orazione e alle opere di carità, accompagnate sempre dalla ricerca singolare del disprezzo di sé. Questo singolare genere di vita, se si confronta col comune modo di vivere, era abbastanza inconsueto e quindi suscitò la disapprovazione di molti. Ma Caterina, come aveva insegnato Paolo (cfr. Rm 12, 21), rispondeva la male col bene, servendo i malati e assistendoli nell'ospedale di S. Maria della Scala e nel lebbrosario detto di San Lazzaro, assistendo specialmente le sue consorelle, come era giusto, per le quali implorava la clemenza dello Spirito Santo, abisso della carità, quando esse erano di animo ingrato.
   Crescendo ogni giorno nella virtù, l'anno 1370 Caterina, invitata con attrazione divina in una visione, intraprese un vero e proprio apostolato.     E poichè, a quel tempo, le donne non erano ammesse a queste cose, fu quindi necessario che il Maestro Generale dell'Ordine esaminasse ciò che la Vergine faceva. Del resto lo stesso pontefice Gregorio XI, l'anno 1376, approvò col suo giudizio le attività di Caterina con queste parole: "Lei molto fruttuosamente si occupava della salvezza delle anime, del passaggio d'oltremare (=Crociata) e d'altri affari della Chiesa".
   Il primo aprile 1375, Caterina, che era impegnata nel predicare la necessità della guerra per la liberazione della Terra Santa, ricevette le piaghe di Cristo o stigmate, le quali, se diamo credito al Beato Raimondo da Capua, suo confessore, "in forma di pura luce pervennero alle mani, ai piedi e al costato di lei".
   Frattanto, essendo peggiorati i rapporti tra la Sede Apostolica e la città di Firenze, la santa Vergine fece di tutto perchè gli amici dei fiorentini non facessero con essiun'alleanza di guerra; e lottò con tutte le forze per riconciliare col Papa la repubblica Fiorentina, che era stata colpita da interdetto. Avvenne dunque che Caterina, con un lungo e fastidioso viaggio, andò ad Avignone, per incontraesi con GregorioXI. Questi l'accolse molto liberalmente, la fece benevolmente ospitare per tre mesi e dette ascolto ai prudentissimi consigli di lei, riguardo ai più grandi e difficili problemi della Chiesa.
   Allora fu tanta la compassione, l'impegno e la saggezza di questa Vergine, che non solo piegò il Pontefice a mitezza, ma riuscì anche a convincerlo a ritornare a Roma, sede e dimora del Vicario di Cristo.
   Non c'è assolutamente da dubitare che il ritorno di Gregorio XI sia dovuto più alla santità di Caterina, che non alla sua umana abilità; infatti solo per un'ispirazione divina lei aveva conosciuto il voto del Pontefice di ritornare nell'Urbe, voto che nessun altro conosceva e che il capo della cristianità aveva fatto nel giorno della sua elezione. Partito Gregorio da Avignone, il 13 settembre 1376, Caterina lo seguì fino a Genova; dopo si recò a Pisa e dilì nella Val D'Orcia, per parlare delle cose di Dio e rappacificare tra loro i membri della famiglia Salimbeni. Per la stessa causa della pace la riconciliatrice andò quindi a Firenze e, superate molte difficoltà e pericoli d'ogni genere, ne rappacificò i cittadini col papa Urbano VI, che nel frattempo era succeduto a Gregorio XI nel governo della Chiesa il 18 luglio 1378. Ma in quello stesso anno venne eletto il Sommo Pontefice Clemente VII, che fu quindi un antipapa. Per questo acerbissimo fatto Caterina venne a Roma, chiamata da Urbano VI, parlò nel concistoro dei cardinali; e fu tale la forza persuasiva della sua parola, da sollevare gli animi depressi, tanto che essi esclamarono allora: "Mai un uomo ha parlato così. Senza dubbio non è questa un adonna che parla, ma lo Spirito Santo". Alla fine, rotta dalle fatiche, consumata dal dolore per le indegne condizioni della Chiesa, squassata come nave dalla tempesta, Caterina passò alla luce sempiterna il 29 aprile 1380. Il suo corpo, santamente venerato per tanti secoli, "riposa" (pausat, come vediamo scritto sull'epigrafe tombale) a Roma, nela basilica di S. Maria sopra Minerva, dove attende la risurrezione.
   Passando ora alla sua dottrina, diremo subito che Caterina, sebbene fosse di famiglia popolana, non frequentasse nesssuna scuola e a stento sapesse leggere o scrivere, lasciò tuttavia tali esempi di celeste spienza e fu tanto lucida nel parlare, da attrarre un asingolare famiglia di discepoli, che, attingendo da lei come figli il nutrimento dell'anima, la chiamavano col dolce nome di Mamma, caro agli italiani. Essi poi non solo erano pronti a prestare zelo e fatica nelle attività apostoliche o caritative, ma si facevano strumenti dello Spirito Santo che parlava in lei (cfr. Mc 13,11). C'erano allora in quella famiglia uomini e donne di qualsiasi origine e rdine, anche religiosi e Prelati, maestri e teologi, che erano presi non solo dal modo umano e dalla fama dei prodigi di Caterina, ma anche esopratutto erano supernamente illuminati dalla lice che emanava dall'animo, dall'ingegno e dai consigli di lei. Un po' per volta brillava sempre più la sua luce e si irradiava anche oltre la sua città e ragione, sicchè molti le chiedevano consigli. Così naturalmente sono nate le numerose lettere indirizzate a persone d'ogni genere, che lei dettava, spesso più d'una simultaneamente, e che più scrivani raccoglievano.    Queste lettere mostrano l'ardore e il desiderio del suo animo bruciante d'amore, anche la sua fede purissima, la solidità dei principi, la maestà dell'orazione, la saggezza dei giudizi e la sottigliezza dei pensieri di natura teologica.
   Qualche tempo dopo, verso il termine della sua breve vita, Caterina dettò in estasi il suo libro, noto come Dialogo della Divina Provvidenza, strutturato in questo modo: la sua anima presenta a Dio qualche domanda e Dio risponde ai suoi quesiti. Si ha così l'Eterno Padre che spiega a Caterina moltecose circa la vita soprannaturale, sia di ogni individuo, sia di tutta la Chiesa. Nell'intessere questo dialogo è suo pregio il saper chiedere sempre quanto si svolge nell'uomo interiore e presentare anche le cose divine. I suoi scritti, inoltre, sono un chiaro saggio e documento di quei carismi, che consistono nelle parole di esortazione, sapienza e scienza, che tanto fiorvano nella chiesa primitiva, comre si legge nel beatissimo Paolo; il quale, regolando il loro uso con ottimi ordini e suggerimenti, bene ammonì che tali doni non sono dati a beneficio dei singoli, ma per l'utilità di tutta la Chiesa. E poichè autore ne è, come dice lo stesso apostolo, "l'unico e medesimo Spirito, che li distribuisce a ciascuno come vuole" ( 1 Cor 12, 11), così bisogna che sia per utilità di tutti i membri del corpo mistico di Cristo tutto ciò che viene dai celesti tesori dello Spirito Santo (cfr. 1 Cor 11, 5; Rm 12, 8; 1 Tm 6, 2; Tt 2, 15). Questa appunto è la ragione per cui dalle fonti che sono gli scritti e gli esempi della Vergine Senese attingano abbondantemente i contemporanei e i posteri, i dotti, i santi e i peccatori.
   Se si guarda poi alle lodi di una così squisita dottrina, si trova la stessa mirabile armonia di pensieri, sicuri e ben definiti. Non tratta di cose estranee, come conviene a lei che espone "la dottrina di vita" portata agli uomini dal Verbo adorabile di Dio. Sicchè si possono applicare a Caterina quelle parole del Figlio dell'Eterno Padre: "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato" (Gv 7, 16); e anche quelle dell'apostolo Paolo: "Io mi ritenni di sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso" (1 Cor 2, 2). Difatti non si proponeva la Vergine di comunicare la vana scienza umana (ivi, 2,4), ma la celeste sapienza, che aveva attinta dalle sacre lettere e fatta quasi suo sangue (cfr. ivi, 13), mediante la meditazione e l'uso delle cose celesti. Perciò quelle cose che insegnò sulla vita morale sembravano nuove, grazie al modo personale e veramente singolare con cui le ricavava dalle principali verità di fede. E bene quindi diceva: "Io v'invito a entrare in uno mare pacifico per questa ardentissima carità, e in uno mare profondo. Questo ho io trovato ora di nuovo (non che sia nuovo il mare, ma è nuovo a me nel sentimento dell'anima mia)in quella parola: Dio è amore" (lett. 146). Per la stessa ragione, i varii punti della dottrina cateriniana formano un tutt'uno ampi e compatto, derivato dai più profondi misteri della nostra religione, cioè la Santissima Trinità, e l'Incarnazione del Signore, con cui il Verbo di Dio si fece carne e morì per noi. E perchè sia ferma in questo umano e divino conoscimento e viva in esso come in una cella, lo stesso Divino Maestro l'ammonisce.
   Secondo l'insegnamento di Caterina, al primo posto bisogna metteree la potenza del Sangue di Cristo e la missione della Chiesa: mediante quel Sangue preziosissimo si è specialmente manifestata la verità del Padre (lett. 102) e da parte di cristo la volontà di compierla; e ancora è mostrata la via della dottrina di Cristo, aperta a tutti, che ognuno può percorrere "nel sangue della stessa verità incarnata" (Dial., c. 135). Si ha così questo: negli scritti di Caterina l'umanità di Cristo è collocata proprio al centro di tutta la pietà cristiana, insieme con le verità di fede che nutrono la carità, come sono l'Eucarestia, le sofferenze di Cristo e il suo preziosissimo Sangue. La Chiesa, poi, per Caterina, non è altro che Cristo (lett. 171), poichè nella carità diveznta una cosa sola con Cristo, come il Padre e il Figlio sono una cosa sola (cfr. Gv 17,21).
   Il suo impegno per la Chiesa e per il Sommo Pntefice fu così straordinario e singolare, da farle offrire la vita a Dio come vittima per essi (cfr. lett. 371), e questa determinazione fu così ferma, che nei durissimi anni del grande Scisma Occidentale contribuì molto col suo prestigio ad aumentare l'amore verso il Corpo Mistico di Cristo. La vergine Senese considerò sempre il Romano Pontefice come "il dolce Cristo in terra" (lett. 196), al quale si deve sempre amore e obbedienza; e chi non obbedisce a questo Cristo terrestre, che è una cosa sola col Cristo celeste (cfr. lett. 207), non partecipa al frutto del Sangue del Figlio di Dio. Quello poi che Caterina insegna della comunione che passa tra ognuno di noi e gli altri membri del Corpo Mistico, e anche del sacro ordine dei sacerdoti - i quali prestano la loro opera a Cristo come "ministri del Sangue" (Dial., c. 117) - e infine quello che dice riguardo a tutti i fedeli di Cristo, tutto ciò è perfettamente conforme auanto insegna il Concilio Vaticano II (Lumen gentium, n. 23). Nè si può tacere su quanto si affaticò per la riforma dei costumi della Chiesa, e prima di tutti tra i sacri pastori, che essa con insistenza ammonisce di non permettere che per la loro incuria il gregge perisca: "Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, tòltogli è il colore, perchè gli è succhiato il sangue da dosso, cioè il sangue di Cristo" (lett. 16 a un grande Prelato, forse il cardinale vescovo di Ostia).
   Non con le guerre si può restituire ad essa la primitiva bellezza, ma con una riconciliazione di pace e di quiete, con umili e incessanti preghiere e con sudori e lacrime dei servi di Dio (cfr. Dial., cc. 15 e 86). Le relazione poi che passano nella Chiesa tra gli uni e gli altri, in cui è posta la vita della Chiesa nell'insieme e nei singoli, si saldano nella carità, la cui forza e peso stringente sono di tale portata universale, che nessuno può piacere a Dio se non cerca d'essere utile al prossimo. Propria di caterina è poi l'immagine del "Ponte", cioè l'allegoria con cui Cristo, mandato dal Padre, è raffigurato come un ponte che congiunge la riva celeste con quella terrestre, e che passa per esso si salva.
    Per quanto la fama e il nome onorevole passassero moltissimo di bocca in bocca dopo la sua morte, però la sua virtù specchiata le ottenne grande gloria dappertutto già da viva. E prendendo alcuni esempi dai Sommi Pontefici, Gregorio XI ebbe sempre per lei una vera venerazione e ne volle francamente vedere "i libri e gli scritti"; e Pio II nel 1461 le decretò l'eccelso onore dei santi del cielo, scrivendo di sua mano, come egli stesso attesta, la lettera di canonizzazione "Misericordias Domini ", nella quale afferma: "Nessuno si accostò a lei senza ritornarne migliore e più erudito. La sua dottrina era infusa, non acquisita. Sembrava piuttosto maestra che discepola". Benedetto XIV eleva tali lodi della mirabile dottrina di Caterina, ricca di sapienza, da fargli dire che, a somiglianza di san Paolo, tale dottrina è "accesa del fuoco della carità.
   E ancora Urbano VIII approvò con la sua autorità le stigmate di Caterina.
   Pio IX, nei suoi tempi agitati, volle porre sotto la sua protezione la Sede di Pietro. Pio XII, nell'annunziare la proclamamzione di lei, con San Francesco, a Patrona primaria d'Italia, la chiamava "fortissima e piissima vergine", "decoro e difesa della patria e della religione".
    E Giovanni XXIII le dette solenne testimonianza, quando, nel 5° centenario della canonizzazione di questa Vergine beata invitò a celebrarla tutti i cristiani, "giovani e fanciulle, vecchi e giovinetti, gente d'ogni classe ed età, prìncipi e popolani"; e al tempo di quella commemorazione meritatamente lodò i suoi scritti il nostro predecessore, dicendo che: "si elevò così in alto da strappare l'ammirazione dei dotti, lei che istruiva senza essere stata isctruita. Le Lettere e il Dialogo sono e saranno anche in futuro come un amenissimo giardino di Dio, nel quale spandono odori balsamici i celesti segreti, le eccelse virtù e le amabili esortazioni".
   E noi, mossi da queste testimonianze, siamo giunti a quella decisione, che già da tempo avevamo in mente e che nel mese di ottobre 1967 comunicammo, e cioè che sarebbe bene collocare il nome di Santa caterina da Siena nel numero dei Dottori della Chiesa, col quale titolo, quando pensavamo a questo, nessuna santa donna era stata mai stata decorata. Trattandosi però di una cosa di massima importanza, affidammo l'incrico di studiare diligentemente la cosa alla Sacra Cangregazione dei Riti. Questa, dopoaver consultato uomini peritissimi, rispose affermativamente. Quindi il 20 dicembre dell'anno 1967, in una speciale "positio" (= seduta in cui si pone una questione) come viene chiamata, si discusse su questo dubbio: " Se si può concedere il titolo e l'onore di Dottore della Chiesa a quelle sante donne che per santità e dottrina esimia hanno contribuito molto al bene generale della Chiesa". Il dubbio fu cancellato dalla sentrenza dei Padri Cardinali e dei Prelati Officiali che eran presenti, i quali unanimamente affermarono che ciò si può fare. Noi stessi considerammo questa sentenza come valida e la confermammo il 21 marzo 1968 con la nostra deliberazione. Dopo ciò il diletto figlio Aniceto Fernandez, Maestro generale dell'Ordine dei Frati Predicatori, presentò a nome suo e di tutto l'Ordine, una supplica, con cui si chiedeva con grande insistenza che la Vergine senese Santa Caterina fosse annoverata fra i Dottori della Chiesa universale. Si unirono a questa anche le domande di molti cardinali, arcivescovi, vescovi, superiori generali di Ordini e Congregazioni religiose e rettori di università. Tutte queste lettere Noi ordinammo di passarle alla Sacra Congregazione dei Riti, perchè le giudicasse; la quale, esaminatele con gran diligenza, considerò la cosa e stabilì che fosse istruita la causa, raccogliendo varii studi di questo argomento corredati di abbondante dottrina. I Padri Cardinali preposti alla Sacra Congregazione per le cause dei Santi, alla quale compete il giudizio sul materiale raccolto, secondo la costituzione apostolica che incomincia con le parole "Sacra Ritum Congregatio" emanata l'8 maggio 1969, l'esaminarono e, tenuto conto dell'insigne santità di vita, dell'eminente dottrina e della sua benefica efficacia sulla vita della Chiesa, richiesti se giudicavano di poter procedere alla proclamazione di Santa caterina da Siena a Dottore della Chiesa, essi, nell'adunanza plenariadella stessa Sacra Congregazione tenuta il 2 dicembre 1969 in Vaticano, dopo aver udita la diligentissima relazione del Cardinale del card. Michele Browne, "ponente" di questa causa, furono concordi in questa sentenza: Santa Caterina da Siena è degna d'essere da Noi iscritta all'albo dei Dottori della Chiesa.
   Informati di tutto ciò il giorno 8 gennaio di quest'anno 1970, Noi approvammo ciò che avevano valutato i Padri Porporati e lo confermammo, stabilendo che si facesse con rito solenne.
   Oggi, dunque, con l'aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. Nel tempio Petriano, dove una gran folla è convenuta d'ogni dove e specialmente dall'Italia, alla presenza di molti cardinali e Presuli della Curia Romana e della Chiesa Cattolica, confermando ciò che è stato fatto,accondiscendendo alle domande dei membri dell'Ordine dei Fr. Predicatori e soddisfacendo con grande piacere i dedesideri di tutti gli altri supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole: "Con certa conoscenza e matura deliberazione e in forza della piena autorità apostolica, dichiariamo Santa Caterina, Vergine senese, Dottore della Chiesa universale".
   Ciò detto e ringraziato Dio con tutti i presenti, abbiamo tenuto un discorso sulla mirabile vita e dottrina del nuovo Dottore ed offerto la Vittima divina all'altare maggiore del tempio.
   Chiudendo ora questa lettera, decretiamo che queste cose si osservino religiosamente ed abbiano valore, sia ora che in futuro, nonostante qualsiasi contrarietà.<br>
   Dato a Roma, presso S. Pietro, col sigillo del Pescatore, il 4 ottobre 1970, ottavo del nostro pontificato. 
                                                                                                 PAOLO VI papa.


MOTU PROPRIO DI PAPA GIOVANNI PAOLO II CON IL QUALE VENGONO PROCLAMATE
PATRONE D'EUROPA SANTA BRIGIDA DI SVEZIA, SANTA CATERINA
DA SIENA E SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE (EDITH STEIN)
 
- San Pietro, 1 ottobre 1999 -

   (..) 1. La speranza di costruire un mondo più giusto e più degno dell'uomo, acuita dall'attesa del terzo millennio ormai alle porte, non può prescindere dalla consapevolezza che a nulla varrebbero gli sforzi umani se non fossero accompagnati dalla grazia divina: "Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori" (Sal 127 -126, 1).
   Di questo non possono tenere conto anche quanti si pongono in questi anni il problema di dare al'Europa un nuovo assetto, che aiuti il vecchio Continente a far tesoro delle ricchezze della sua storia, rimuovendo le tristi eredità del passato, per rispondere con originalità radicata nelle migliori tradizioni alle istanze del mondo che cambia.
   Non c'è dubbio che, nella complessa storia dell'Europa, il cristianesimo rappresenti un elemento centrale, consolidato sul saldo fondamento dell'eredità classica e dei molteplici cantributi arrecati dagli svariati flussi etnico-culturali che si sono succeduti nei secoli.
   La fede cristiana ha plasmato la cultura del Continente e si è intrecciata in modo inestricabile con la sua storia, al punto che questa non sarebbe comprensibile se non si facesse riferimento alle vicende che hanno caratterizzato prima il grande periodo dell'evangelizzazione, e poi i lunghi secoli in cui il cristianesimo, pur nella dolorosa divisione tra Oriente e Occidente, si è affermato come la religione degli Europei stessi.
   Anche nel periodo moderno e contemporaneo, quando l'unità religiosa è andata progressivamente frantumandosi sia per le ulteriori divisioni intercorse tra i cristiani sia per i processi di distacco della cultura dell'orizzonte della fede, il ruolo di quest'ultima ha continuato ad essere di non scarso rilievo.
   Il cammino verso il futuro non può non tener conto di questo dato, e i cristiani sono chiamati a prendere rinnovata coscienza per mostrarne le potenzialità permanenti. Essi hanno il dovere di offrire alla costruzione dell'Europa uno specifico contributo, che sarà tanto più valido ed efficace, quanto più essi sapranno rinnovarsi alla luce del Vangelo.
   Si faranno così continuatori di quella lunga storia di santità che ha attraversato le varie regioni d'Europa nel corso di questi due millenni, nei quali i santi ufficialmente riconosciuti non sono che i vertici proposti come modelli per tutti. Innumerevoli sono infatti i cristiani che con la loro vita retta ed onesta, animata dall'amore di Dio e del prossimo, hanno raggiunto nelle più diverse vocazioni consacrate e laicali una santità vera e grandemente diffusa, anche se nascosta.
     2. La Chiesa non dubita che proprio questo tesoro di santità sia il segreto del suo passato e la speranza del suo futuro. E' in esso che meglio si esprime il dono della Redenzione, grazie al quale l'uomo è riscattato dal peccato e riceve la possibilità della vita nuova in Cristo. E' in esso che il Popolo di Dio in cammino nella storia trova un sostegno impareggiabile, sentendosi profondamente unito alla Chiesa gloriosa, che in Cielo canta le lodi dell'Agnello (cfr Ap 7, 9-10) mentre intercede per la comunità ancora pellegrina sulla terra. Per questo, fin dai tempi più antichi, i santi sono stati guardati dal Popolo di Dio come protettori e con una singolare prassi, cui certo non è estraneo l'influsso dello Spirito Santo, talvolta su istanza dei fedeli accolta dai Pastori stessi, le singole Chiese, le regioni e persino i Continenti, sono stati affidati allo speciale patronato di alcuni Santi.
   In questa prospettiva, celebrandosi la Seconda Assemblea speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi, nell'imminenza del Grande Giubileo dell'anno 2000, mi è parso che i cristiani europei, mentre vivono con tutti i loro concittadini un trapasso epocale ricco di speranza e insieme non privo di preoccupazioni, possano trarre spirituale giovamento dalla contemplazione e dall'invocazione di alcuni santi che sono in qualche modo particolarmente rappresentativi della loro storia. Per questo, dopo opportuna consultazione, completando quanto feci il 31 dicembre 1980, qaundo dichiarai compatroni d'Europa, accanto a san Benedetto, due santi del primo Millennio, i fratelli Cirillo e Metodio, pionieri dell'evangelizzazione dell'Oriente, ho pensato di integrare la schiera dei celesti patroni con tre fugure altrettanto emblematiche di momenti cruciali del secondo Millennio che volge al termine: santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena, santa Teresa Benedetta della Croce. Tre grandi sante, tre donne, che in diverse epoche - due nel cuore del Medioevo e una nel nostro secolo - si sono segnalate per l'amore operoso alla Chiesa di Cristo e la testimonianza resa alla sua Croce.
     3. Naturalmente il panorama della santità è così vario e ricco, che la scelta di nuovi celesti patroni avrebbe potuto orientarsi anche verso altre degnissime figure, che ogni epoca e ogni regione possono vantare. Ritengo tuttavia particolarmente significativa l'opzione per questa santità dal volto femminile, nel quadro della provvidenziale tendenza che, nella Chiesa e nella società del nostro tempo, è venuta affermandosi con il sempre più chiaro riconoscimento della dignità e dei doni propri della donna.
   In realtà la Chiesa non ha mancato, fin qui dai suoi albori, di riconoscere il ruolo e la missione della donna, pur risentendo talvolta dei condizionamenti di una cultura che non sempre ad essa prestava l'attenzione dovuta. Ma la comunità cristiana è progressivamente cresciuta anche su questo versante, e proprio il ruolo svolto dalla santità si è rivelato a tal fine decisivo. Un impulso costante è stato offerto dall'icona di Maria, la "donna ideale", la Madre di Cristo e della Chiesa.   Ma anche il coraggio delle martiri, che hanno affrontato con sorprendente forza d'animo i più crudeli tormenti, la testimonianza delle donne impegnate con esemplare radicalità nella vita ascetica, la dedizione quotidiana di tante spose e madri in quella "chiesa domestica" che è la famiglia, i carismi di tante mistiche che hanno contribuito allo stesso approfondimento teologico, hanno offerto alla Chiesa un'indicazione preziosa per cogliere pienamente il disegno di Dio per la donna. Esso del resto ha già in alcune pagine della Scrittura, e in particolare nell'atteggiamento di Cristo testimoniato nel Vangelo, la sua espressione inequivocabile. In questa linea si pone anche l'opzione di dichiarare santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce compatrone d'Europa.
   Il motivo poi che mi ha orientato specificamente ad esse sta nella loro vita stessa. La loro santità, infatti, si espresse in circostante storiche e nel contesto di ambiti "geografici" che le rendono particolarmente significative per il Continente europeo. Santa Brigida rinvia all'estremo Nord dell'Europa, dove il Continente quasi si raccoglie in unità con le altre parti del mondo, e donde ella partì per fare di Roma il suo approdo. Caterina da Siena è altrettanto nota per il ruolo che svolse in un tempo in cui il Successsore di Pietro risiedeva ad Avignone, portando a compimento un'opera spirituale già iniziata da Brigida col farsi promotrice del suo ritorno alla sede propria presso la tomba del Principe degli Apostoli. Teresa Benedetta della Croce, infine, recentemente canonizzata, non solo trascorse la propria esistenza in diversi paesi d'Europa, ma con tutta la sua vita di pensatrice, di mistica, di martire, gettò come un ponte tra le sue radici ebraiche e l'adesione a Cristo, muovendosi con sicuro intuito nel dialogo col pensiero filosofico contemporaneo e, infine, gridando col martirio le ragioni di Dio e dell'uomo e nell'immane vergogna della "shoah". Essa è divenuta così l'espressione di un pellegrinaggio umano, culturale e religioso, che incarna il nucleo profondo della tragedia e delle speranze del Continente europeo. (...)
     6. (..)Di poco posteriore è l'altra grande figura di donna, santa Caterina da Siena, il cui ruolo negli sviluppi della storia della Chiesa e nello stesso approfondimento dottrinale del messaggio rivelato ha avuto riconoscimenti significativi, che sono giunti fino all'attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa.
   Nata a Siena nel 1347, fu favorita fin dalla prima infanzia di straordinarie grazie che le permisero di compiere, sulla via spirituale tracciata da San Domenico, un rapido cammino di perfezione tra preghiera, austerità e opere di carità. Aveva vent'anni quando Cristo le manifestò la sua predilezione attraverso il mistico simbolo dell'anello sponsale. Era il coronamento di un'intimità maturata nel nascondimento e nella contemplazione, grazie alla costante permanenza, pur al di fuori delle mura di un monastero, entro quella spirituale dimora che ella amava chiamare la "cella interiore". Il silenzio di quella cella, rendendola dolcissima alle divine ispirazioni, poté coniugarsi ben presto con un'operosità apostolica che ha dello straordinario. Molti, anche chierici, si raccolsero intorno a lei come discepoli, riconoscendole il dono di una spirituale maternità le sue lettere si diramarono per l'Italia e per l'Europa stessa. La giovane senese entrò infatti con piglio sicuro e parole ardenti nel vivo delle problematiche ecclesiali e sociali della sua epoca.
   Instancabile fu l'impegno che Caterina profuse per la soluzione dei molteplici conflitti che laceravano la società del suo tempo. La sua opera pacificatrice raggiunse sovrani europei quali Carlo V di Francia, Carlo di Durazzo, Elisabetta di Ungheria, Ludovico il Grande di Ungheria e di Polonia, Giovanna di Napoli. Significativa fu la sua azione per riconciliare Firenze con il Papa. Additando "Cristo Crocifisso e Maria dolce" ai contendenti, ella mostrava che, per una società ispirata ai valori cristiani, mai poteva darsi motivo di contesa tanto grave da far preferire il ricorso alla ragione delle armi piuttosto che alle armi della ragione.
     7. Caterina tuttavia sapeva bene che a tale conclusione non si poteva efficacemente pervenire, se gli animi non erano stati prima plasmati dal vigore stesso del Vangerlo. Di qui l'urgenza della riforma dei costumi che ella proponeva a tutti, senza eccezione. Ai re ricordava che non potevano governare come se il regno fosse loro "proprietà": consapevoli di dover rendere conto a Dio della gestione del potere, essi dovevano piuttosto assumere il compito di mantenervi "la santa e vera giustizia", facendosi "padri dei poveri" (cfr. Lettera 235 al Re di Francia). L'esercizio della sovranità non poteva infatti essere disgiunto da quello della carità, che è insieme anima della vita personale e della responsabilità politica(cfr. Lettera n. 357 al Re d'Ungheria).
   Con la stessa forza Caterina si rivolgeva agli ecclesiastici di ogni rango, per chiedere la più severa coerenza nella loro vita e nel loro ministero pastorale. Fa una certa impressione il tono libero, vigoroso, tagliente, con cui ella ammonisce preti, vescovi, cardinali. Occorreva sradicare - ella diceva - dal giardino della Chiesa le piante fradice sostiutendole con "piante novelle" fresche e olezzanti. E forte della sua intimità con Cristo, la santa senese non temeva di indicare con franchezza allo stesso Pontefice, che amava teneramente come "dolce Cristo in terra", la volontà di Dio che gli imponeva di sciogliere le esitazioni dettate dalla prudenza terrena e dagli interessi mondani, per tornare da Avignone e Roma, presso la tomba di Pietro. Con altrettanta passione, Caterina si prodigò poi per scongiurare le divisioni che sopraggiunsero nell'elezione papale successiva alla morte di Gregorio XI: anche in quella vicenda fece ancora una volta appello con ardore appassionato alle ragioni irrinunciabili della comunione. Era quello l'ideale supremo a cui aveva ispirato tutta la sua vita spendendosi senza riserva per la Chiesa. Sarà lei stessa a testimoniarlo ai suoi figli spirituali sul letto di morte: "Tenete per fermo, carissimi, che io ho dato la vita per la santa Chiesa" (Beato Raimondo da Capua, Vita di Santa Caterina da Siena, Lib.III, c. IV).

   (...) 11. Proprio questo annuncio di speranza ho inteso avvalorare additando a una rinnovata devozione, in prospettiva «europea», queste tre grandi figure di donne, che in epoche diverse hanno dato un contribuito così significativo alla crescita non solo spirituale della Chiesa, ma della stessa società.
   Per quella comunione dei santi, che unisce misteriosamente la Chiesa terrena a quella celeste, esse si fanno carico di noi nella loro perenne intercessione davanti al trono di Dio. Al tempo stesso, l'invocazione più intensa ed il riferimento più assiduo ed attento alle loro parole ed ai loro tempi non possono non risvegliare in noi una più acuta consapevolezza della nostra comune vocazione alla santità, spingendoci a conseguenti propositi di impegno più generoso.
   Pertanto dopo matura considerazione, in forza della mia potestà apostolica, costituisco e dichiaro celesti Compatrone di tutta l'Europa presso Dio S. Brigida di Svezia, S. Caterina da Siena, S. Teresa Benedetta della Croce, concedendo tutti gli onori e privilegi liturgici che competono secondo il diritto ai patroni principali dei luoghi.
   Sia gloria alla Santissima Trinità, che rifulge in modo singolare nella loro vita e nella vita di tutti i santi. Sia pace agli uomini di buona volontà, in Europa e nel mondo intero.
   Dato a Roma, presso San Pietro, il 1° ottobre dell'anno 1999, ventunesimo di Pontificato.
                                                                                                    Joannes Paulos PP.II

 

Breve di Papa Gregorio XI
Dato a Villanova della Diocesi di Avignone
il 1° luglio 1376 - anno sesto del nostro Pontificato

     Con questo documento il papa Gregorio XI concesse a Caterina la facoltà di poter far celebrare la Santa Messa e farsi amministrare i Sacramenti, insieme ai Suoi compagni, da qualsiasi Sacerdote, in qualunque luogo si trovasse nei suoi frequenti viaggi apostolici.
     Gregorio Vescovo, Servo dei Servi di Dio, alla diletta in Cristo figlia Caterina donna di Siena, che serve sotto l'abito della religione delle Sorelle della Penitenza di San Domenico, salute ed apostolica benedizione. - L'affetto di vera devozione, che porti a Noi e alla Chiesa Romana, ben merita che noi rispondiamo favorevolmente per quanto secondo Dio ci è possibile alle tue richieste; coll'autorità della presente per grazia speciale accordiamo alla tua devozione che ti sia permesso di avere l'altare portatile col dovuto rispetto ed onore, sul quale tu possa far celebrare in luoghi a ciò adatti e convenienti da qualche idoneo Sacerdote religioso o secolare la Messa anche prima che sorga il giorno, quando ciò sia richiesto dalla qualità delle occupazioni, in modo che la predetta celebrazione da doversi fare in caso prima di giorno non sia imputabile a colpa né per te né per il Sacerdote che così celebra, e che tu usi di tale concessione con ogni possibile moderazione, perché immolandosi nell'officio dell'altare nostro Signore Figlio di Dio Gesù Cristo, che è candore di eterna luce; conviene che ciò si faccia non nelle tenebre della notte, ma nella luce; e inoltre che si possa fare tale celebrazione in luoghi sottoposti ad interdetto ecclesiastico, se ti avvenga di andarvi, esclusi tuttavia gli scomunicati e gli interdetti, senza il suono di campane e a voce bassa in presenza tua e delle persone che stanno con te, purché tu o le persone stesse non abbiano dato occasione all'interdetto e tu e gli altri non siate stati in modo speciale interdetti; e che il detto Sacerdote possa tutte le volte che sia conveniente amministrarti i Sacramenti ecclesiastici, nonostante le costituzioni del nostro predecessore Clemente V di felice memoria, e qualsiasi altra, salvo sempre il diritto della Chiesa parrocchiale e di qualsiasi altro.
     A nessuno dunque degli uomini sia permesso di alterare o temerariamente contradire a questa pagina della nostra concessione.
     Se poi qualcuno presumerà di ciò tentare, sappia che incorrerà nell'ira di Dio e dei Beati Apostoli Pietro e Paolo.

In merito alle stimmate di Santa Caterina
(1 aprile 1375)

    II Papa Urbano VIII (Maffeo Barberini) 1623-1644. Ebbe il merito di concludere la controversia sulle stigmate di Santa Caterina, sia estendendo a tutta la Chiesa, la festa della Santa (30 Aprile) sia facendo inserire il suo nome nel martirologio. Nell'ufficio proprio della Santa Senese volle espressa­mente che le stigmate di lei così venissero ricordate nella quinta lezione del vecchio Breviario Romano.
      "Mentre la Santa si trovava a Pisa, in un giorno di Domenica, dopo la santa Comunione, rapita in estasi vide il Signore Crocifisso che le si avvicinava mentre dalle sue cinque sue piaghe emettere cinque raggi diritti ai cinque corrispettivi luoghi del suo corpo. Avvertendo il mistero che stava per compiersi, la Santa pregò il Signore che le cicatrici non fossero visibili. E subito quei raggi mutarono il loro colore sangue in splendore luminoso, e sotto forma di pura luce raggiunsero le mani, i piedi e il cuore di lei. E tanto era il dolore che allora essa pativa, che se Dio non l'avesse diminuito, credeva di doverne presto morire. Perciò il Signore amabilissimo aggiunse una nuova grazia, quella di sentire il dolore delle piaghe e che non apparissero le cicatrici sanguinanti. Avendo poi la serva di Dio riferito la cosa al suo confessore, il Beato Raimondo, perché il fatto venisse rappresentato agli occhi dei fedeli, nelle immagini di Santa Caterina quei raggi che giungono ai cinque rispettivi luoghi del suo corpo vennero dipinti mediante i colori."

                                                              (cfr. Antico Breviario Romano il 30 Aprile, lect. V°)
                                          (lettura consigliata: Legenda Maior -par. 194-195- S.Caterina da Siena, di 
                                                         Raimondo da Capua; ed. Cantagalli, 1994, 5.a; p.209)

Santa Caterina da Siena è dichiarata dal B. Pio IX 
Patrona secondaria di Roma
col breve "Quamvis UrbsRoma" 

PIO IX
A perpetua memoria.
(13 Aprile 1866)

     Sebbene la città di Roma veneri ed ossequi i Beatissimi Principi degli Apostoli quali i suoi patroni principali, dal momento che essa, soltanto grazie alla loro fatica ed al loro sangue, essendo prima maestra di errore, si è fatta maestra di verità e ottenuto un nuovo genere di impero, per cui esercita ora un dominio grazie alla religione di Dio, più vasto del suo impero terreno, tuttavia nei momenti di pericolo fu solita implorare dal Cielo anche l'aiuto degli altri santi i quali, mentre vivevano qui sulla terra illuminarono e colmarono la stessa Roma con Io splendore delle loro virtù e con i loro benefici. È da annoverare tra questi certamente Santa Caterina da Siena del Terzo Ordine di San Domenico la quale, unendo il vanto della verginità al merito eccelso delle altre virtù, recatasi ad Avignone da Papa Gregorio XI Nostro Predecessore, che là viveva con i Cardinali e tutte le altre autorità e i maggiorenti della corte pontificia, illuminata dalla suprema luce, manifestò e rivelò al Papa stesso il voto di ritornare a Roma che egli in segreto aveva fatto a Dio. E così fu lei a promuovere e a suggerire al Pontefice di affrettare il ritorno promesso per il bene comune e la prosperità di tutta la cristianità.
     E quanto danno abbia patito Roma per la lunga assenza dei Papi è ben testimoniato dalle opere storiche. In quel tempo si vedevano i sacri templi fatiscenti e squallidi, le case e le vie funestate da risse sanguinose fra fazioni, assai diminuito il numero degli abitanti; cosicché dovunque cadesse lo sguardo a stento si sarebbe potuto trovare qualche traccia dell'antica grandezza e magnificenza.
     Tale triste situazione cambiò radicalmente con il ritorno del Sommo Pontefice, e Roma riacquistò lo splendore di un tempo; cosicché essa è divenuta da allora in poi non solo la rocca e il bastione della vera fede, ma anche la sede e il domicilio delle arti più eminenti.
     Orbene, poiché in questa nostra epoca malvagia si è rinnovata contro la Chiesa una guerra accanita e perfida, in cui i nemici della cattolicità tentano di togliere con la violenza ai Pontefici Romani il potere temporale loro concesso per volere della Divina Provvidenza al fine di assolvere più liberamente i doveri dell'Ufficio Apostolico, e si proponga anche ciò affinchè sia di nuovo desiderata la presenza in Roma dei successori di Pietro, per tutto ciò il Senato Romano, per allontanare un male così grande e sfuggire agli inganni degli empi ha invocato il celeste presidio di Santa Caterina da Siena, rivolgendo a noi umili preghiere affinchè la annoveriamo tra i patroni secondari di Roma.
     Perciò noi che in così gravi difficoltà delle circostanze presenti, per l'intervento dei Santi del Cielo otteniamo più facilmente l'aiuto da Dio dispensatore di ogni bene, dietro il suggerimento dei nostri venerabili fratelli cardinali di S. Romana Chiesa della Congregazione dei Riti, abbiamo deciso di accogliere tale domanda. - Pertanto, mediante la nostra presente lettera e con la nostra autorità Apostolica, decretiamo e proclamiamo Santa Caterina, Vergine del Terz'Ordine Domenicano, patrona secondaria di Roma. Decretiamo inoltre che nel giorno della sua festa la Messa e l'Ufficio siano celebrati col rito doppio di seconda classe, sia dal clero secolare sia da quello regolare, in Roma e nel suo territorio.    Ordiniamo pure che questa lettera precettiva rimanga in vigore e ottenga la sua piena efficacia per tutti coloro cui è indirizzata in ogni epoca. Cosicché in base alle disposizioni suddette, dovrà essere considerato inesistente e vano qualsiasi disposizione contraria emessa dai giudici ordinari, o delegati, e persine degli Uditori del palazzo Apostolico, emanata intenzionalmente o per ignoranza.
     Non sono ammesse in contrario né eccezioni né dispense di qualsiasi peso o autorità.
    
Dato in Roma presso San Pietro sotto l'anello del Pescatore il 13 Aprile 1866, anno ventesimo del nostro pontificato.
                                                                                                             
Cardinale N. paracciani clarelli

Santa Caterina da Siena viene dichiarata Patrona delle infermiere d'Italia
-Santa Caterina da Genova è dichiarata Patrona
degli ospedali italiani -

- PIO XII A PERPETUA MEMORIA -
(15 settembre 1943)

     Tra i più gravi e molteplici compiti cui siamo tenuti per il ministero Apostolico, la sollecitudine pastorale ci obbliga a vigilare su quanto può incrementare il bene spirituale dei fedeli. Assillati da questo pensiero, per assecondare la richiesta del Presidente Generale dell'Unione Cattolica degli infermieri e quella delle tre associazioni analoghe, i quali ci hanno pregato con insistenza di dichiarare sia Santa Caterina da Siena, sia Santa Caterina da Genova Patrone particolari presso Dio e delle Infermiere e degli ospedali, Noi accogliamo ben volentieri le loro richieste.
Sebbene il nostro predecessore immediato Pio XI, tenendo conto della Lettera del Papa Leone XIII promulgata nel Luglio 1886, abbia istituito Patroni celesti in perpetuo per tutti gli infermieri d'ambo i sessi e per le loro associazioni di tutto il mondo i Santi Giovanni di Dio e Camillo de Lellis, seguendo le loro orme Noi abbiamo ritenuto assai opportuno aggiungere altri particolari intercessori celesti per le infermiere d'Italia, affinchè esse nel curare gli infermi siano pienamente infiammate di spirito cristiano, mirando le sante come Patrone, e siano sempre corroborate dal loro aiuto e dal loro esempio.
     Infatti la vedova Santa Caterina da Genova, famosa per il suo disprezzo del mondo e per la sua carità verso Dio, lavorò a lungo nella regione Ligure nel soccorrere gli infermi e nel fondare ospedali; Santa Caterina da Siena poi, che Noi stessi abbiamo proclamato Patrona principale della nazione Italiana, sempre ardente di mirabile carità verso il prossimo, non risparmiò nessun impegno e travaglio per procurare il bene spirituale e temporale del prossimo. Perciò queste due sante di sangue italiano sono ben da proporre come esemplari eccellenti, in questa nostra epoca travagliata, alle donne italiane impegnate nel difficile compito di curare gli infermi, che certo non mancheranno di ricorrere al loro soccorso e alla loro protezione. Perciò, dopo aver consultato il nostro Venerabile Fratello Cardinale Vescovo Prenestino, Prefetto della Congregazione dei Riti (Card. Carlo Salotti), Noi, pienamente informati e dopo matura deliberazione, nella pienezza dei Nostri poteri, in forza della presente Lettera da valere in perpetuo, pur salvando il patronato perenne dei Santi Camillo de Lellis e Giovanni li Dio ricordati sopra, eleggiamo e proclamiamo Patrone celesti secondarie per le Infermiere d'Italia Santa Caterina da Siena, e per gli ospedali italiani Santa Caterina da Genova, Vedova. - E ciò senza ammettere opposizione alcuna.
     Quanto sopra noi lo vogliamo, lo promulghiamo e dichiariamo definitiva la presente lettera...
     Dato in Roma presso San Pietro, il 15 Settembre 1943, anno V del Nostro Pontificato.
                                                                                                          A. Card. MAGLIONE Segretario di Stato

                                                    (lettura consigliata: Cap.IV - Carità verso gli infermi; da Legenda Maior
                                                                     del Beato Raimondo da Capua, ed. Cantagalli 1994)

 

Lettera Apostolica "Amantissima Providentia"del sommo Pontefice 
Papa Giovanni Paolo II per il
VI centenario del transito di 
S. Caterina da Siena.
Venerati fratelli e diletti figli, salute e apostolica benedizione.

-San Pietro, 29 aprile 1980 -

INTRODUZIONE
     L'amabile Provvidenza Divina si manifesta in vari modi protagonista della storia, accendendo sempre nuove luci sul cammino dell'uomo. Spesso sceglie per questo delle persone apparentemente disadatte e ne eleva talmente le fa­coltà native, da renderle capaci di azioni assolutamente superiori alla loro por­tata. E questo fa non tanto per confondere la sapienza dei sapienti (Cor 1,19), quanto per mettere in luce la sua opera, che non ha bisogno di sostegni uma­ni, e per indicare più chiaramente agli uomini a quale dignità li eleva la sua grazia e a quali grandezze ancora maggiori può e vuole condurli la sua guida.Ciò è particolarmente evidente nella vita e nelle opere di santa Caterina da Siena, di cui quest'anno si celebra il sesto centenario della pia morte. Sono lieto per questo di additarla nuovamente all'esempio dei fedeli, non solo d'Ita­lia, ma del mondo intero. In lei infatti il Divino Spirito fece risplendere mera­vigliosi arricchimenti di grazia e di umanità, per mezzo dei doni di sapienza, d'intelletto e di scienza, coi quali la mente umana diventa estremamente sensi­bile alle divine ispirazioni, "nella conoscenza delle cose divine e delle umane" (S. Thomae "Summa Theologiae", I-IIae, q. 68, a. 5 ad 1).A lei si possono perciò applicare le parole del salmista: "Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato" (Sal 17 (18), 37). E ancora: "Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore" (Sal 118 (119), 32).
L'esperienza umana e divina
     1. Le condizioni d'Italia e dell'Europa non erano felici, quando venne alla luce in Siena, nel 1347, la piccola Caterina. Già si profilava all'orizzonte la tri­stemente famosa "peste nera", che l'anno dopo infierì dovunque e seminò la desolazione e la morte in ogni paese e quasi in ogni famiglia.
     Altri mali funestavano il mondo civile, come le guerre, particolarmente quella dei cento anni tra Francia e Inghilterra, e le incursioni delle compagnie di ventura. Nel mondo religioso tutto quel secolo è riempito, per tre quarti, dal soggiorno dei Papi in Avignone, e poi dal grande scisma d'occidente, che si prolungò fino al 1417. La storia della mantellata senese s'inserisce vivamen­te in queste situazioni e vi fa anche da protagonista.
     Figlia di un tintore di panni, penultima di 25 nati, Caterina prese molto presto coscienza dei bisogni del mondo e, attratta dall'ideale apostolico dome­nicano, volle entrare nelle file del terz'ordine o, come allora si diceva in Sie­na, tra le Mantellate, le quali, pur non essendo suore né vivendo in comunità, portavano l'abito bianco e il mantello nero dell'ordine dei Predicatori. Giovanissima, già si distingueva per la carità verso i poveri e gli ammalati, la pa­zienza nel sopportare le maldicenze degli uomini e le battaglie interiori col demonio, la saggezza e l'umiltà degli atteggiamenti e dei pensieri.
     Intanto si esercitava in un coraggioso programma ascetico, basato su criteri efficienti, che avrebbe più tardi inculcati ai suoi discepoli: "Non la­sciar passare i movimenti (della natura disordinata) che non siano corretti" (S. Catharinae Senensis "Dialogus", e. 73, p. 161; cfr. e. 60; "Epistulae", passim).
     Le si raggruppava poi intorno una varia accolta di discepoli d'ogni ceto, attratti dalla sua pura fede e dalla schietta accoglienza della parola di Dio, senza mezzi termini e senza compromessi. Erano laici, mantellate e religiosi di vari ordini, alcuni conquistati da fatti prodigiosi. Tutti ricevevano da lei una singolare assicurazione, di cui spesso sperimentavano la validità: quella d'assi­sterli dovunque fossero e di pagare anche per i loro errori (cfr. S.Catharinae Senensis "Epist." 99).
     Il Signore la istruiva, come un maestro con la sua alunna, e le scopriva a grado a grado "quelle cose che sarebbero state utili all'anima sua" (Raimundi Capuani "Legenda Maior" [in "Acta Sanctorum", Apr.]).
     Il progresso spirituale culminò con lo sposalizio nella fede, che poteva sembrare il sigillo di una vita votata all'isolamento e alla contemplazione. In­vece il Signore, nel darle l'anello invisibile, intendeva unirla a sé nelle imprese del suo regno (Raimundi Capuani "Legenda Maior" [in "Acta Sanctorum", Apr.], par. 115). La popolana ventenne vedeva ciò in termini di separazione dallo Sposo celeste, ma Egli invece la rassicurava che intendeva stringerla di più a sé "mediante la carità del prossimo" (Raimundi Capuani "Legenda Maior" [in "Acta Sanctorum", Apr.], par. 115), cioè contemporaneamente sul piano della mistica interiore e su quello dell'azione esteriore o della mistica sociale, com'è stato detto (J. Leclercq "La mystique de l'apostolat", 1922-1947), 
     Fu come un'impennata verso più ampi spazi, che s'aprivano davanti alla sua mente e alla sua iniziativa. Passò dalla conversione di singoli peccatori alla riconciliazione tra persone o famiglie avversarie; alla rappacificazione fra città e repubbliche. Non ebbe paura di passare tra le fazioni in armi né s'arre­stò di fronte al dilatarsi degli orizzonti, che da principio l'avevano spaventata fino al pianto. L'impulso del maestro divino svelò in lei come un'umanità d'accrescimento. Per lei, figlia d'artigiani e donna senza lettere, cioè senza scuola né istruzione, la visione del mondo e dei suoi problemi superò enormemente i limiti del suo quartiere, fino a progettare la sua azione in termini mondiali. Al suo ardire non c'eran più limiti, né alla sua ansia per la salvezza degli uomini. Un giorno, racconta lei stessa, il Signore le dette "la croce in collo e l'ulivo in mano", da portare all'uno e all'altro popolo, il cristiano e l'infedele, come se Cristo la sollevasse alle proprie dimensioni universali della salvezza (S.Catharinae Senensis "Epist." 219 vel LXV).
     Per renderla più conforme al suo mistero di redenzione e prepararla al suo indefesso apostolato, il Signore concesse a Caterina il dono delle Stigmate. Ciò avvenne nella chiesa di Santa Cristina, a Pisa, il 1° aprile 1375.
     Caterina ha 29 anni ed è giunta al punto di rendersi conto della grandez­za del suo compito: "ricomporre l'equilibrio della cristianità" (G. La Pira, in Comm. "Vita Cristiana", 1940, p. 206). Da anni propugnava il "santo passag­gio", cioè la crociata per la liberazione dei Luoghi santi, sia per distogliere le armi cristiane dalle guerre fratricide (cfr. S.Catharinae Senensis "Epist." 206, vel LXIII), sia per dare "il condimento della fede" agli infedeli (S. Catharinae Senensis "Epist." 218 vel LXXIV).
     Nella stessa maniera, e se possibile anche più appassionata, incoraggiava il Papa alla riforma morale della Chiesa, cominciando con l'elezione di buoni pastori. Su questo tema trovava gli accenti più infiammati, perché per lei "la Chiesa non è altro che esso Cristo" (S. Catharinae Senensis "Epist." 171 vel LX). Ella rimprovera e denunzia i disordini, ma con animo tutto accorato, manifestando per la Chiesa una tenerezza materna, accoppiata a virilità di proposte, quando scrive a Gregorio XI: "Andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita, perché gli poniate il colore" (S. Catharinae Senensis "Epist." 231 vel LXXVII). "Reponetele il cuore, che ha perduto, dell'ardentissima carità: che tanto sangue le è succhiato per l'iniqui devoratori che è tutta impallidita" (S. Catharinae Senensis "Epist." 206 vel LXIII).
     Ormai s'avvicina il momento della sua impresa più gloriosa. Nel giugno 1376 si recò ad Avignone, come mediatrice di pace tra la santa Sede e Firen­ze. La questione era difficile: si sarebbe risolta due anni dopo, non senza una sua nuova mediazione. Ma Caterina aveva a cuore cose anche più grandi. S'e­ra fatta precedere dal suo confessore fra Raimondo da Capua, affidandogli la lettera ora citata, in cui espone al pontefice "da parte di Cristo crocifisso" le tre principali cose che egli deve fare per avere pace in ogni direzione: pianta­re degni pastori, innalzare il gonfalone della croce per la crociata, e riportare la sede papale a Roma.
     Le sue parole risuonano di una forte eco profetica, specialmente quando tocca il tasto della povertà della Chiesa e del danno che le porta la cura dei beni temporali. Sul ritorno del vicario di Cristo alla sua sede non ha tituban­za: "Rispondete allo Spirito Santo che vi chiama. Io vi dico: venite, venite, ve­nite". E, dopo averlo esortato a venire "come agnello mansueto", per ridare forza al suo messaggio, aggiunge con rispettosa franchezza: "siatemi uomo vi­rile e non timoroso" (S. Catharinae Senensis "Epist." 206 vel LXIII). La pena della lunga attesa e della rovina delle anime le strappa dal cuore, in una lette­ra successiva, questo grido: "Oimé, Padre, io muoio di dolore e non posso morire" (S. Catharinae Senensis "Epist." 196 vel LXIV).
     Giunta ad Avignone il 18 giugno 1376, potè far valere a voce, anche in incontri diretti col Papa, il senso improrogabile del dovere, parlandogli senza presunzione né timidezza. Il pio pontefice che tardava a prendere l'ultima de­cisione dovette convincersi che per bocca di lei parlava realmente il Signore e lo certificava della sua volontà. Gregorio XI lasciò definitivamente Avignone il 13 settembre 1376 ed entrò in Roma fra un delirio di popolo festante il 17 gennaio 1377.
     Più tardi dopo una lunga missione in Valdorcia Caterina riprese in mano la questione della pace coi fiorentini, corse anche pericolo, in uno dei tumulti dell'estate 1378, di essere uccisa; e lei, che s'era vista a un punto dal martirio, scriveva poi quasi delusa: "Lo Sposo eterno mi fece una grande beffa" (S.Cat­harinae Senensis "Epist." 295).
     Purtroppo quell'anno, scomparso Gregorio XI ed eletto tra burrascosi in­cidenti Urbano VI, uomo devoto all'austerità dei costumi e all'ideale della ri­forma morale, scoppiò il grande scisma, che doveva turbare l'unità della Chie­sa per quasi quarantanni. La santa, che pur l'aveva previsto, sentì penetrare nella sua carne la ferita della Chiesa. Ormai era da abbandonare ogni altro pensiero e dedicarsi con tutte le forze a lottare per l'unità del corpo mistico e per l'unico vero Papa. D'ora in poi le sue lettere infocate si potranno chiama­re messaggi dell'unità cristiana. L'amore per il Papa e la Chiesa brucia la sua anima.
     Naturale che all'invito d'Urbano accorresse a Roma: doveva agire sul cuore stesso della Chiesa. Suggerì e incoraggiò la raccolta intorno al "dolce Cristo in terra" di uomini di puro spirito, per assisterlo col consiglio, la pre­ghiera e il prestigio della vita santa. La sua abitazione in via del Papa (signifi­cativo!) diventò un centro d'attività diplomatica. Lettere e messaggeri partiva­no per ogni dove: ai potenti d'Italia e ai regnanti d'Europa, ai cardinali ribelli e ai servi di Dio da rincuorare. Animava i soldati che combattevano per Urba­no, placava il popolo romano tumultuante, frenava gli impeti del pontefice, andava con fatica a pregare sulla tomba dell'apostolo in S. Pietro. Fu un anno e mezzo d'attività logorante e di spasimanti orazioni: "O Dio eterno, ricevi il sacrificio della vita mia in questo corpo mistico della santa Chiesa" (S. Catharinae Senensis "Epist." 371). Così, tra invocazioni e desideri struggenti, si spense a Roma la domenica 29 aprile 1380, a trentatré anni come il suo Spo­so crocifisso.
     Il suo corpo fu sepolto nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, a Roma, dove si venera sotto l'altare maggiore; mentre il capo fu inviato a Sie­na, dove fu accolto trionfalmente dal clero e dal popolo, presente anche la madre di Caterina, Lapa, e conservato nella Chiesa di San Domenico.
     Caterina fu canonizzata dal sommo pontefice Pio II con la Bolla "Misericordias Domini", del 29 giugno 1461. Ella venne così solennemente additata alla Chiesa universale come modello di santità, esempio di una sublime gran­dezza, cui una semplice donna può giungere con la grazia dell'Onnipotente.
Gli scritti
     Letterariamente S. Caterina è un caso singolare. Non è mai andata a scuola, né sapeva leggere e scrivere, se non forse molto tardi e imperfetta­mente. Eppure ha dettato un complesso di scritti, che ne fanno un classico di notevole rilievo nella letteratura trecentesca italiana e tra gli scrittori mi­stici, tanto da meritarle il titolo di dottore della Chiesa, conferitole da S.S. Paolo VI il 4 ottobre 1970.
     Sono rimaste di lei 381 "Lettere", dirette ad ogni genere di persone, umili e grandi. È un epistolario di ricca spiritualità, specchio di un'anima che vive intensamente ciò che esprime, e trova accenti schietti e toni di toc­cante eloquenza, spesso anche poetici. Vi arde una costante passione per l'uomo immagine di Dio e peccatore, per Cristo Redentore, per la Chiesa che è il campo in cui il salvatore fa fruttificare il tesoro del suo Sangue nel­la salvezza dell'uomo.
     Vive in esse uno spirito sensibile a tutti i travagli dell'umanità, un'im­maginazione fervida, una fede che arroventa la parola nel denunziare i vizi, ma l'addolcisce fino alla tenerezza nell'ammonire i tiepidi e nel sollevare i deboli. Non c'è niente di falso e di convenzionale, ma schietto vigore anche nella pietà.
     Inoltre santa Caterina, tra il 1377 e 1378, dettò in varie riprese un libro, che viene ordinariamente intitolato "Dialogo della Divina Provvidenza o della Divina dottrina", nel quale l'anima di lei, in colloquio estatico col Signore, ri­ferisce ciò che l'Eterna Verità le dice, rispondendo alle sue domande riguardo al bene della Chiesa e dei suoi figli e del mondo intero. Il libro è caratterizzato da accento profetico, da equilibrio di pensiero e da lucidità d'espressione. Tocca i misteri più augusti della nostra religione e i problemi più ardui dell'a­scetica e della mistica. Il pensiero vigile e implorante è rivolto ai fratelli del mondo, che vede perdersi nei sentieri del peccato e che cerca di scuotere dal torpore mortale: mentre con fine intuizione psicologica getta fasci di luce sulla via della perfezione, esaltando l'elevazione dell'uomo il quale, nella sequela di Cristo obbediente, trova la via sicura verso la Trinità beata. Ampiezza di pro­spettive, aderenza di analisi esperienziali e fiammeggiare d'immagini e di con­cetti, fanno di quest'opera "uno dei gioielli della letteratura religiosa italiana" (E. Underhill, "Mysticism.", p. 467).
     Infine ci sono le "Orazioni", raccolte dalle sue labbra negli ultimi anni di vita, quando la Santa effondeva la sua anima e la sua ansia, nel parlare con immediatezza al Signore. Sono autentiche improvvisazioni, che salgono spontanee dalla mente immersa nella luce divina e dal cuore dolente per le miserie degli uomini, senza banalità di concetti o di petizioni, ma con tono passionale e confidente, e con espressioni spesso ardite ma di assoluta ortodossia.
     L'immagine più espressiva e ampia di questa maestra di verità e d'amore è quella del Ponte, una costruzione simbolica che anticipa in qualche modo la "Sa­lita del monte Carmelo" di S. Giovanni della Croce. L'allegoria descrive, in suc­cinta e fine analisi psicologica, il cammino dell'uomo che sale dal peccato al verti­ce della perfezione. La caratterizza un'accentuazione cristologica, su cui s'appoggia tutta la struttura. Infatti il Ponte è Gesù Cristo, sia con la figura del suo corpo innalzata sulla croce, sia con la sua dottrina, sia con la sua grazia.
     Sul baratro invalicabile aperto dal peccato e solcato dal fiume vorticoso della corruzione mondana, fu gettato a ricongiungere la terra col ciclo, quando il Figlio di Dio s'incarnò, unendo in sé la natura divina con la natura umana (S. Catharinae Senensis "Dialogus", cc. 21-22; cfr. S. Catharinae Senensis "Epist." 272). È l'unica via per coloro che vogliono veramente giungere alla vita eterna. Ogni uomo, seguendo l'attrazione della grazia di Cristo (trarrò tutto a me), si libera gradatamente dal peccato, dal timore imperfetto o servile e dall'amor proprio sia sensibile che spirituale, fino ad essere spoglio d'ogni imperfezione.
     Contemporaneamente si attua il cammino in ascesa, ch'è tutto nel segno dell'amore. Caterina infatti è con San Tommaso e coi migliori teologi, nel pensa­re che la perfezione "sta nella virtù della carità" (S. Catharinae Senensis "Dialo­gus", c. 11); e concorda anche col Concilio Vaticano II ("Lumen Gentium", 5), sia in questo, sia nell'universalità della chiamata alla santità (S. Catharinae Se­nensis "Dialogus", c. 53). Perciò segna su Cristo-Ponte tre gradi (da lei detti "sca­loni") di ascensione spirituale, che significano tanto le tre potenze dell'anima tratte in alto dall'amore, quanto i tre stati progressivi dello spirito: imperfetti, perfetti, perfettissimi (S. Catharinae Senensis "Dialogus", c. 26).
     Si ha quindi un ponte-scala, col primo grado che è l'amore di servo, il secon­do che è l'amore di amico, il terzo che è l'amore di figlio (S. Catharinae Senensis "Dialogus", cc. 56-57). La divisione ternaria non è puramente schematica e tradi­zionale, ma è didatticamente accompagnata da annotazioni particolari, caratteriz­zanti i gradi dell'evoluzione verticale e il modo di superare le tappe inferiori, con un'aderenza psicologica fondata sull'osservazione dell'esperienza spirituale.33
     Anche i seguenti capitoli del "Dialogo" (S. Catharinae Senensis "Dialo­gus", cc. 87-96), che si usa chiamare "Trattato delle lacrime", procedono su una medesima via ascendente ma con assoluta originalità di schema, che di­mostra nella santa una maestra dalla personalità propria e dalla didattica ma­tura e precisa, pur nell'improvvisazione del dettato.
     Tuttavia il progresso spirituale non è limitato all'ambito personale. Santa Caterina è troppo compresa dell'esistenza degli altri e dell'importanza del prossimo; e molto insiste sulla inscindibilità dell'amore del prossimo dall'amo­re di Dio, come del resto mette in evidenza lo stesso Concilio Vaticano II ("Lumen Gentium", 5). Di lei è la sorprendente affermazione, messa in bocca al Signore: "Io ti fo sapere che ogni virtù si fa col mezzo del prossimo, e ogni difetto" (S. Catharinae Senensis "Dialogus", c. 6).
     Caterina intende dire che, per la comunione della carità e della grazia, il prossimo è sempre coinvolto nel bene e nel male che facciamo (cfr. T. Deman, "La parte del prossimo nella vita spirituale secondo il "Dialogo", in "Vita Cristiana", 1947, n. 3, pp. 250-258). Ma il suo pensiero va più in là: il prossimo è il "mezzo" per eccellenza per la carità in atto, il luogo dove ogni virtù si esercita necessariamente, se non esclusivamente.
     Dice l'eterno Padre: l'anima, "come in verità m'ama, così fa utilità al prossimo suo;... e tanto quanto l'anima ama me, tanto ama lui, perché l'amore verso di lui esce di me. Questo è quello mezzo, che Io v'ho posto acciò che esercitiate e proviate la virtù in voi, che non potendo fare utilità a me, dove­tela fare al prossimo" (S. Catharinae Senensis "Dialogus", c. 7).
     Questo principio, ribadito innumerevoli volte, fa del prossimo il terreno su cui si esprime, si esercita, si prova e misura la carità fraterna, la pazienza, la giustizia sociale. Nel contatto con gli altri, gli stessi contrasti diventano mezzo di verifica delle azioni virtuose (S. Catharinae Senensis "Dialogus", cc. 7-8): restando fermo il confronto esistenziale con l'amore di Dio: "Con quella perfezione con cui amiamo Dio, con quella amiamo la creatura ragionevole" (S. Catharinae Senensis "Epist." 263; cfr. "Dialogus", cc. 7 et 64).
     L'insistenza sul principio di solidarietà serve anche a dimostrare la radice profonda della fraternità umana insegnataci da Cristo. Gli uomini vivono que­sta realtà: ognuno è quasi complemento degli altri. La Provvidenza li ha creati dotandoli di qualità fisiche e morali differenziate da individuo a individuo, sic­ché ognuno ha bisogno degli altri, "acciò che abbiate materia, per forza, d'u­sare la carità l'uno con l'altro" (S. Catharinae Senensis "Dialogus", c. 7) e sia­no tutti legati dal bisogno dell'aiuto reciproco, come le membra nel corpo (S. Catharinae Senensis "Dialogus", c. 148).
     Similmente nella Chiesa universale c'è solidarietà tra settore e settore. Ciò è figurato nell'allegoria delle tre vigne: la personale, quella del prossimo e quella universale del popolo di Dio. Le prime due sono tanto unite, "che niuno può fare bene a sé che non facci al prossimo suo, né male che no 'l facci a lui" (S. Catharinae Senensis "Dialogus", c. 24). Ma nella solidarietà con la terza vigna sta il senso dell'equilibrio e dell'ordine cateriniano. È nella vigna universale che è piantata l'unica vite vera, Gesù Cristo, sulla quale ogni altra dev'essere innestata per rice­verne vita (S. Catharinae Senensis "Dialogus", c. 24). In essa il principale lavora­tore è il Papa, "Cristo in terra, il quale ci ha a ministrare il sangue" (S. Cathari­nae Senensis "Epist." 313 et 321); da lui ogni altro lavoratore dipende, per obbedienza e perché lui "tiene le chiavi del sangue dell'umile Agnello" (S. Catharinae Senensis "Epist." 339; cfr. "Epist." 309 et 305).
     Immagini trasparenti del primato di Pietro - primato di magistero e di governo voluto dalla "prima dolce Verità" (S.Catharinae Senensis "Epist." 24 vel X) - che salda istituzione e carisma in Cristo, unica fonte di essi.
     A tale logica si è ispirata tutta l'azione di questo angelo tutelare della Chiesa a prò del pontificato romano.
CONCLUSIONE
     Il ruolo eccezionale svolto da Caterina da Siena, secondo i piani misterio­si della Provvidenza divina, nella storia della salvezza, non si esaurì col suo fe­lice transito alla patria celeste. Ella, infatti, ha continuato ad influire salutar­mente nella Chiesa sia con i suoi luminosi esempi di virtù, sia con i suoi mira­bili scritti. Perciò i Sommi Pontefici, miei Predecessori, ne hanno concor­demente esaltata la perenne attualità, proponendola continuamente all'ammi­razione ed all'imitazione dei fedeli.
     Il sommo pontefice Pio II, nella Bolla di Canonizzazione, la chiamò con parole quasi profetiche: "Illustris et indelebilis memoriae virginem" (Pio II "Misericordias Domini: Bullar. Roman.", V, a. 1860, p. 165). Pio IX la procla­mò (1866) seconda patrona di Roma. San Pio X la propose come modello alle donne di Azione Cattolica, nominandola loro patrona. Pio XII proclamò san Francesco d'Assisi e santa Caterina da Siena primari Patroni d'Italia, con la lettera apostolica "Licet Commissa" del 18 giugno 1939; e, nel memorabile di­scorso in onore dei due santi, tenuto nella chiesa di Santa Maria sopra Miner­va il 5 maggio 1940, il Papa tributò alla santa senese questo splendido elogio: "In questo servizio della Chiesa voi ben comprendete, diletti figli, come Cate­rina precorra i nostri tempi, con un'azione che amplifica l'anima cattolica e la pone al fianco dei ministri della fede, suddita e cooperatrice nella diffusione e difesa del vero e della restaurazione morale e sociale del vivere civile" (Pio XII "Discorsi e Radiomessaggi", II [1949] 100). Né meno palpitanti di attuali­tà sono state le ripetute lodi che alla figura e all'attività apostolica di Cateri­na, tributò il Sommo Pontefice Paolo VI, in occasione della festa annuale di lei. Mi sembrano, fra le altre, altamente significative per i tempi nostri le se­guenti parole del mio venerato Predecessore. "Santa Caterina, disse egli il 30 aprile 1969, ha amato la Chiesa nella sua realtà che, come sappiamo, ha un duplice aspetto: uno mistico, spirituale, invisibile, quello essenziale e fuso con Cristo redentore glorioso, il quale non cessa di effondere il suo sangue (chi ha parlato tanto del sangue di Cristo, quanto Caterina?), sul mondo attraverso la sua Chiesa; l'altro umano, storico, istituzionale, concreto, ma non mai disgiun­to da quello divino. V’e da chiedersi se mai i nostri moderni critici dell'aspet­to istituzionale della Chiesa siano capaci di cogliere questa simultaneità" ("In­segnamenti di Paolo VI, VII [1969] 941). Ma Paolo VI testimoniò con ancor maggiore autorità la sua stima per il perenne valore della dottrina ascetica e mistica di S. Caterina, allorché la elevò, insieme a santa Teresa d'Avila, alla dignità di dottore della Chiesa e ne celebrò la sovrumana sapienza nella Basi­lica di S. Pietro, il 4 ottobre 1970 ("Insegnamenti di Paolo VI, VIII [1970] 982-988).
     Nella vita e nell'attività, sia letteraria che apostolica, di S. Caterina da Siena si è in realtà verificato quanto ho avuto l'occasione di ricordare a un gruppo di Vescovi nella loro visita "ad limina". "Lo Spirito Santo è attivo nell'illuminare le menti dei fedeli con la sua verità, e nell'infiammare i loro cuori col suo amore. Ma queste intuizioni di fede e questo "sensus fidelium" non sono indipendenti dal magistero della Chiesa, che è uno strumento dello stesso Spirito Santo ed è assistito da lui. Solo quando i fedeli sono stati nutriti della parola di Dio, fedel­mente trasmessa nella sua purezza ed integrità, i loro carismi propri diventano pienamente operativi e fecondi" (cfr. Ioannis Pauli PP. II «Allocutio Indorum Episcoporum coetui habita, occasione oblata corum visitationis "ad limina"», die 31 maii 1979: "Insegnamenti di Giovanni Paolo II", II [1979] 1354-1358).
     Possa, dilettissimi Fratelli e Figli, l'esempio di S. Caterina da Siena, la cui vita fu così mirabilmente attiva e feconda per la sua patria e la Chiesa, perché docile all' "instinctus" dello Spirito Santo e guidata dal magistero della Chiesa, suscitare in moltissime anime una più viva ammirazione e desiderio di imita­zione delle sue eroiche virtù. Avremo così una nuova conferma che la sua morte fu veramente - ed è tuttora - "preziosa al cospetto del Signore", com’è "la morte dei suoi santi" (Sal 116,15).
     Avendo, dunque, aperto così il Nostro animo, impartiamo benevolmente la Benedizione Apostolica a Voi, Venerabili Fratelli e diletti figli d'Italia, ed anche a tutti coloro che in ogni parte del mondo celebrano piamente questa memoria anniversaria della morte di Santa Caterina da Siena, in particolare l'Ordine dei Frati Predicatori e le Monache e le Suore che vivono una vita consacrata a Dio, secondo gli istituti della medesima Famiglia religiosa.
     Dato a Roma, in S. Pietro, il 29 aprile, nella memoria di santa Caterina da Siena, Vergine e Dottore della Chiesa, nell'anno 1980, secondo del nostro Pontificato.
                                                                                                                                                (Giovanni Paolo II)


Breve biografia di Papa PIO II
VI Centenario

     Enea Silvio Piccolomini nacque il 18 ottobre 1405 a Corsignano (attuale Pienza) nella campagna senese, da una famiglia nobile, era il primo di diciotto figli di Silvio Piccolomini e Vittoria Forteguerri.
     Appena diciottenne andò a Siena, dove attese agli studi umanistici, dimostrando subito una singolare dimestichezza con le lettere latine, componendo poesie; per volere del padre, e contro la sua volontà, si diede alla giurisprudenza, anche se la passione per le lettere e gli studi umanistici non lo abbandonarono per tutta la vita. Nel 1432 andò, al seguito del vescovo di Fermo Domenico Capranica, al Concilio di Basilea dove, in uno scritto indirizzato alla Signoria di Siena dimostrò di approvare l'ostilità al Pontefice. Nel 1435 seguì il cardinale Niccolo Albergati in missione in Borgogna, dopodiché fu in Scozia. Inviato alla dieta di Francoforte, vi ebbe da Federico III la corona di poeta e fu assunto come segretario della cancelleria imperiale. Nel 1443 professava ancora l'autorità del Concilio, anche se
seguiva la politica dell'imperatore e del cancelliere, caratterizzata dalla neutralità nella lotta fra Impero e Papato.
     Il declinare delle condizioni di salute lo portò a fare ammenda degli errori del passato, ottenendo l'assoluzione dalle censure in cui era incorso come aderente al Concilio di Basilea, ottenendo il perdono del Papa. Nel 1446 il Piccolomini fu ordinato subdiacono, poi diacono e poi prete. Nominato, da Niccolo V, vescovo di Trieste nel 1447, e di Siena nel 1450, concluse le trattative per il matrimonio tra Federico III ed Eleonora di Portogallo. Il 25 aprile del 1452, durante un concistoro, annunzia quello che, secondo lui, doveva essere il compito della cristianità e quello che sarà il compito della sua vita: la guerra contro gli infedeli. Fu legato papale nella Boemia, nella Slesia e nella Moravia. Dall'agosto 1455 rimase a Roma come stretto consigliere di Callisto III per la crociata e per i non facili rapporti con la Germania, fino a quando il 19 agosto del 1458 fu eletto Pontefice col nome di Pio II. La crociata fu sempre nei suoi pensieri, tantoché tentò di raccogliere le potenze cristiane in uno sforzo contro gli infedeli. Con la bolla Vocavii nos del 13 ottobre 1458 convocò i prìncipi cristiani ad una dieta a Mantova il 1° giugno 1459, ma all'entusiasmo del Papa non corrispose altrettanto entusiasmo dei principi europei, preoccupati ciascuno del proprio interesse. Dopo varie trattative, anche senza raggiungere l'unanime consenso, il Papa indisse la crociata, ma il 15 agosto 1464 la morte lo colse ad Ancona sul colle di San Ciriaco.
     Da buon letterato, quando era ancora laico, scrisse De duobus amantibus historia, dove narra la storia d'amore di un cavaliere e di una dama e, dopo l'elezione al soglio pontificio, scrisse/ Commentarii dove descrive luoghi e personaggi da
lui conosciuti durante i suoi viaggi e dove espone la sua azione politica e religiosa. Quest'ultima opera, tradotta in italiano, è pubblicata dalle Edizioni Cantagalli, Siena 1997.
                                   (Franca Piccini; da: La Patrona d'Italia e d'Europa, N.3, lug-sett. 2005)

BENEDETTO XVI
 Udienza Generale - Aula Paolo VI -
Mercoledì, 24 novembre 2010
 
> Santa Caterina da Siena <

Cari fratelli e sorelle, quest'oggi vorrei parlarvi di una donna che ha avuto un ruolo eminente nella storia della Chiesa. Si tratta di santa Caterina da Siena. Il secolo in cui visse - il quattordicesimo - fu un'epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell'intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori pro­vocando conversione e rinnovamento. Caterina è una di queste e ancor oggi ella ci parla e ci sospinge a camminare con coraggio verso la santità per essere in modo sempre più pieno discepoli del Signore.
Nata a Siena, nel 1347, in una famiglia molto numerosa, morì a Roma, nel 1380. All'età di 16 anni, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz'Ordine Domenicano, nel ramo femminile detto delle Man­tellate. Rimanendo in famiglia, confermò il voto di verginità fatto privatamente quando era ancora un'adolescente, si dedicò alla preghiera, alla penitenza, alle opere di carità, soprattutto a beneficio degli ammalati.
     Quando la fama della sua santità si diffuse, fu protagonista di un'intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacra­te, ecclesiastici, compreso il Papa Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma. Viaggiò molto per sollecitare la riforma inte­riore della Chiesa e per favorire la pace tra gli Stati: anche per questo motivo il Venerabile Giovanni Paolo II la volle dichiarare Compatrona d'Europa: il Vecchio Continente non dimentichi mai le radici cristiane che sono alla base del suo cammino e continui ad attingere dal Vangelo i valori fondamentali che assicura­no la giustizia e la concordia.
    Caterina soffrì tanto, come molti Santi. Qualcuno pensò addirittura che si dovesse diffidare di lei al punto che, nel 1374, sei anni prima della morte, il capitolo generale dei Domenicani la convocò a Firenze per in­terrogarla. Le misero accanto un frate dotto ed umile, Raimondo da Capua, futuro Maestro Generale dell'Ordine. Divenuto suo confessore e anche suo "figlio spirituale", scrisse una prima biografia completa della Santa. Fu canonizzata nel 1461.
     La dottrina di Caterina, che apprese a leggere con fatica e imparò a scrivere quando era già adulta, è conte­nuta ne Il Dialogo della Divina Provvidenza ovvero Libro della Divina Dottrina, un capolavoro della lette­ratura spirituale, nel suo Epistolario e nella raccolta delle Preghiere. Il suo insegnamento è dotato di una ricchezza tale che il Servo di Dio Paolo VI, nel 1970, la dichiarò Dottore della Chiesa, titolo che si aggiun­geva a quello di Compatrona della città di Roma, per volere del Beato Pio IX, e di Patrona d'Italia, secondo la decisione del Venerabile Pio XII.
     In una visione che mai più si cancellò dal cuore e dalla mente di Caterina, la Madonna la presentò a Gesù che le donò uno splendido anello, dicendole: "lo, tuo Creatore e Salvatore, ti sposo nella fede, che conser­verai sempre pura fino a quando celebrerai con me in cielo le tue nozze eterne" (Raimondo da Capua, S.Caterina da Siena, Legenda maior, n.115, Siena 1998). Quell'anello rimase visibile solo a lei. In questo episodio straordinario cogliamo il centro vitale della religiosità di Caterina e di ogni autentica spiritualità: il cristocentrismo. Cristo è per lei come lo sposo, con cui vi è un rapporto di intimità, di comunione e di fedel­tà; è il bene amato sopra ogni altro bene.
     Questa unione profonda con il Signore è illustrata da un altro episodio della vita di questa insigne mistica: lo scambio del cuore. Secondo Raimondo da Capua, che trasmette le confidenze ricevute da Caterina, il Signore Gesù le apparve con in mano un cuore umano rosso splendente, le aprì il petto, ve lo introdusse e disse: "Carissima figliola, come l'altro giorno presi il tuo cuore che tu mi offrivi, ecco che ora ti do il mio, e d'ora innanzi starà al posto che occupava il tuo" (ibid.). Caterina ha vissuto veramente le parole di san Pao­lo, " ... non vivo io, ma Cristo vive in me" (Gai 2,20).
     Come la santa senese, ogni credente sente il bisogno di uniformarsi ai sentimenti del Cuore di Cristo per amare i1 prossimo come Cristo stesso ama. E noi tutti possiamo lasciarci trasformare il cuore ed imparare ad ama­le Cristo, in una familiarità con Lui nutrita dalla preghiera, dalla meditazione sulla Parola di Dio e dai Sacramenti, soprattutto ricevendo frequentemente e con devozione la santa Comunione. Anche Caterina appartiene a quella schiera di santi eucaristici con cui ho voluto concludere la mia Esortazione apostolica Sacramentum Ca­ritatis (cfr n. 94). Cari fratelli e sorelle, l'Eucaristia è uno straordinario dono di amore che Dio ci rinnova conti­ntuamente per nutrire il nostro cammino di fede, rinvigorire la nostra speranza, infiammare la nostra carità, per renderci sempre più simili a Lui.
     Attorno ad una personalità così forte e autentica si andò costituendo una vera e propria famiglia spirituale. Si trattava di persone affascinate dall'autorevolezza morale di questa giovane donna di elevatissimo livello di vita, e talvolta impressionate anche dai fenomeni mistici cui assistevano, come le frequenti estasi. Molti si misero al servizio e soprattutto considerarono un privilegio essere guidati spiritualmente da Caterina. La chiamavano “mamna", poiché come figli spirituali da lei attingevano il nutrimento dello spirito.
     Anche oggi la Chiesa riceve un grande beneficio dall'esercizio della maternità spirituale di tante donne, consacrate e laiche, che alimentano nelle anime il pensiero per Dio, rafforzano la fede della gente e orientano la vita cristiana verso vette sempre più elevate. "Figlio vi dico e vi chiamo - scrive Caterina rivolgendosi ad uno dei suoi figli spirituali, il certosino Giovanni Sabatini - in quanto io vi partorisco per continue orazioni e desiderio nel cospetto di Dio, così come una madre partorisce il figlio" (Epistolario, Lettera n.141: A don Giovanni de' Sabbatini). Al frate domenicano Bartolomeo de Dominici era solita indirizzarsi con queste parole: "Dilettissimo e carissimo fratello e figliolo in Cristo dolce Gesù".
     Un altro tratto della spiritualità di Caterina è legato al dono delle lacrime. Esse esprimono una sensibilità squisita e profonda, capacità di commozione e di tenerezza. Non pochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinnovando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenuto e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell' amico Laz­zaro e al  dolore di Maria e di Marta, e alla vista di Gerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. Secondo Cateri­na le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue di Cristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con immagini simboliche molto efficaci: "Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio è uomo ( ... ). Ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifissso” (Epistolario, Lettera n.16: Ad uno il cui nome si tace).
     Qui posssiamo comprendere perché Caterina, pur consapevole delle manchevolezze umane dei sacerdoti, abbia sempre avuto una grandissima riverenza per essi: essi dispensano, attraverso i Sacramenti e la Parola, la forza salvifiuca del Sangue di Cristo. La Santa senese ha invitato sempre i sacri ministri, anche il Papa, che chiamava “Cristo in terra", ad essere fedeli alle loro responsabilità, mossa sempre e solo dal suo amore profondo e costante per la Chiesa. Prima di morire disse: "Partendomi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia" (Raimondo da Capua, S. Caterina da Legenda maior, n. 363).
     Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa. Nel Dialogo della Divina Provvidenza, ella, con un'immagine singolare, descrive Cristo come un ponte lanciato tra il cielo e la terra. Esso è formato da tre scaloni costituiti dai piedi, dal costato e dalla bocca di Gesù. Eleevandosi attraverso questi scaloni, l'anima passa attraverso le tre tappe di ogni via di santificazione: il distacco dal peccato, la pratica della virtù e dell'amore, l'unione dolce e affettuosa con Dio.
     Cari fratelli e sorelle, impariamo da santa Caterina ad amare con coraggio, in modo intenso e sincero, Cristo e la Chiesa. Facciamo nostre perciò le parole di santa Caterina che leggiamo nel Dialogo della Divina Provvidenza, a conclusione del capitolo che parla di Cristo-ponte: "Per misericordia ci hai lavati nel Sangue, per misericordia volesti conversare con le creature. O Pazzo d'amore! Non ti bastò incamarti, ma volesti anche morire! ( ... ) O misericordia! Il cuore mi si affoga nel pensare a te: ché dovunque io mi volga a pensare, non trovo che misericordia­" (cap.30, pp.79-80). Grazie.  (da Il Ponte –gen.2011)

 

CONCLAVE

     >Il conclave del 1903, che segnò l’elezione del cardinale Giuseppe Melchiorre Sarto il 4 agosto e che prese il nome di Pio X, fu influenzato da una lettera di Santa Caterina da Siena.
     Un prete che accompagnava un cardinale al conclave scrisse una lettera ad un suo amico, il canonico senese monsignor Adriano Pierazzuoli, segretario del vescovo Benedetto Tommasi.
     Questa lettera fu pubblicata sul  Bollettino della Pia Unione dell’agosto 1923 (anno II, fasc. VIII, pag. 58).
     Al momento della convocazione del conclave, il sacerdote, rimasto anonimo, partì alla volta di Roma, in compagnia del cardinale di cui era segretario. Al momento della partenza, suo fratello gli consegnò un libro: il primo volume delle lettere di Santa Caterina da Siena nell’edizione del Tommaseo (edizione del 1860), dicendogli che questo libro, gli avrebbe fatto comodo nei momenti di pausa. Il sacerdote, non appena ebbe un po’ di tempo, aprì il libro e trovò una citazione tratta dalla Lettera 209 indirizzata a Gregorio XI.
     In questa citazione si leggeva: “…Parendovi aver bisogno di prìncipi e di signori, la necessità vi parrà che vi stringa di fare i pastori a modo loro, e non a modo vostro. Benché ella (la guerra) è pessima ragione, che, per alcun bisogno che si vegga, si metta però pastori, o altri che si sia, nella Chiesa, che non sia virtuoso, e persona che cerchi sé per sé, ma cerchi sé per Dio, cercando la gloria e la loda del nome suo…”
     Queste parole sembravano corrispondere alla realtà che si stava vivendo in quel conclave.
     Subito il sacerdote si mise a copiare la Lettera 209 e ne dette una al suo cardinale e ad altri cardinali che conosceva.
     Evidentemente si sparse la voce in conclave, e anche altri cardinali andarono dal sacerdote a chiedergli una copia di quello scritto che lui aveva titolato: “Voce dal cielo”.
     Fu un conclave dove non mancarono i colpi di scena. Il favorito era il cardinale Mariano Rampolla di Tindari,  già segretario dei Stato di Leone XIII, ma il cardinale polacco Puzyna impose il veto dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, in quanto il cardinale Rampolla era considerato filo francese. Quel conclave si concluse il 4 agosto 1903 e portò all’elezione del cardinale Giuseppe Melchiorre Sarto, patriarca di Venezia, con 50 voti favorevoli su 62 votanti; egli salì sul soglio di Pietro col nome di Pio X.
     Giuseppe Sarto era uomo di umili origini, primo di dieci figli di un impiegato comunale e di una sarta; il ricordo delle sue umili origini lo accompagnò per tutta la vita, tanto che il suo orologio d’oro era impegnato al Monte di pietà  per la carità verso i poveri.
     Da patriarca di Venezia, amava intrattenersi a far due chiacchiere con i gondolieri, piuttosto che frequentare i salotti buoni della città o gli incontri ufficiali. Dopo l’elezione a Papa, in accordo con il suo Segretario di Stato, l’appena trentottenne   cardinale Rafael Merry del Val y Zulueta*, uomo di cultura e di estrazione sociale alta in quanto figlio di un diplomatico spagnolo, stilò il testo del nuovo catechismo. Mise al centro del suo pontificato la saldezza della fede, l’intangibilità della dottrina e soprattutto, la dignità della Chiesa; ostacolò in modo deciso il modernismo.
     Pio X morì a Roma il 20 agosto 1914, amareggiato e triste, perché era appena iniziata la prima guerra mondiale (28 luglio 1914), quel massacro che il suo successore Benedetto XV avrebbe appellato, alcuni anni dopo, come “l’inutile strage”. Più volte Pio X, negli ultimi tempi del suo pontificato, era stato visto da alcuni suoi collaboratori, piangere in silenzio e in solitudine, quasi si sentisse in colpa per non essere riuscito ad evitare lo scoppio della guerra. Fu un papa amato dalla gente e in molti  lo pregavano, in particolare la gente semplice e i soldati. Così, “come Caterina verso gli infermi era di una pietà senza limiti” (§142 Legenda Maior), Papa Pio X appariva accanto al letto dei sofferenti, sorrideva e, tramite la sua intercessione, arrivava  “la guarigione impossibile”. Fu così per l’avvocato napoletano Francesco Belsani e per suor Maria Luisa Scorcia di Palermo.
     Quel papa, eletto nel conclave, dove circolava la Lettera 209 di Santa Caterina da Siena, fu proclamato Santo il 29 maggio 1954 da Papa Pio XII.
     Ad oggi è l’ultimo papa proclamato Santo.

                                                                                                                                                           (Franca Piccini)
Note
-
1)  “Nella settimana di Pasqua del 1923 la Cappella della Santa ha avuto l’onore di una visita illustre. S. Em. il card. Raffaele Merry del Val, vi ha celebrato la Santa Messa per 2 giorni di seguito e il 4 aprile ha venerato la Sacra Testa scoperta solo per lui”. (da Santa Caterina da Siena-Anno II maggio 1923 fasc. V pag. 39).
- 2)   “Nei giorni di agosto abbiamo avuto nuovamente a Siena  S. Em. il cardinale Merry del Val che ha celebrato la messa per alcune mattine a fila all’altare di S. Caterina”. (da Santa Caterina da Siena-Anno II settembre 1923 fasc. IX pag. 71)

> -Si consiglia di leggere la Lettera n.364 di  Santa Caterina al papa Urbano VI ( dalla riga 14):
     «Voi non potete di primo colpo levare i difetti delle creature, e' quali si commettono comunemente nella religione cristiana - massimamente ne l'ordine chericato, sopra de' quali dovete più avere l'occhio -; ma ben potete e dovete fare per debito - e se none, sì l'avareste sopra la coscienzia vostra - almeno di fame la vostra possibilità: lavare el ventre della santa Chiesa, cioè procurare a quelli che vi sono presso e intorno voi, spazzar lo' del fracidume, e ponarvi quelli che attendano a l'onore di Dio e vostro e bene della santa  Chiesa, che non si lassino contaminare né per lusinghe né per danari. Se riformate questo ventre della Sposa vostra, tutto l'altro corpo agevolemente si riforrnarà, e così sarà onore di Dio, e onore e utilità a voi; con la buona e santa fama e odore delle virtù si spegnerà la 'resia; ciascuno corrirà alla Santità vostra vedendo che voi siete estirpatore de' vizii, e mostriate in effetto quello che desiderate. E non curo che vi curiate, né per vestimento né per altro, più di grande valuta che di piccola; ma solo che sieno uomini schietti, che vadano con dirittura e non con falsità.
     Sapete che ve ne diverrà, se non ci si pone rimedio in farne quello che ne potete fare? Dio vuole in tutto riformare la Sposa sua, e non vuole ch'ella stia più lebbrosa; se non el farà la vostra Santità giusta el vostro potere - che non sete posto da lui per altro, e datavi tanta dignità -, el farà per sé medesimo col mezzo delle molte tribolazioni: tanto levarà di questi legni torti, ch'egli li drizzarà a modo suo. Oimé, santissimo padre, non aspettiamo d'essere umiliati, ma lavorate voi virilmente, e fate le cose vostre secrete e con modo, e non senza modo - ché il fare senza modo più tosto guasta che non acconcia -; e con benivolenzia e cuore tranquillo udite quelli che temono Dio, e diconvi quello che bisogna e si debba fare, manifestandovi quelli difetti che sapessero che si commettessero intorno alla Santità vostra.»