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Le Lettere
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PREMESSA:
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- Manoscritti. Lettere manoscritte di S.Caterina da Siena
e di altri Beati, raccolte dall'abate Luigi De Angelis. Biblioteca
Comunale di Siena, MS.T.jjj-3; -Roma: Biblioteca Casanatense, MSS. 292 e
2422; Biblioteca Vaticana, Cod.Vat.Lat. 939; Biblioteca Nazionale
Vittorio Emanuele, MS.102 (MS.S.Pant.9); - Firenze: Biblioteca
Nazionale, MSS. Palatini, 56-60; cl. VIII. MSS. 1270 e 1380, cl. XXXV.
MSS. 187 e 199, cl. XXXVIII. MS. 130; Biblioteca Riccardiana, MSS.
1303, 1345, 1678; - Londra: British Museum: Harleian, MS. 3480. (Rec.
da: Le Lettere di S.Caterina, Vol. I, 1940 Barbèra, 1970 Marzocco Firenze-Monte dei
Paschi di Siena).
> - Le 381 Lettere
(a noi pervenute) furono dettate da Caterina
ai suoi discepoli. «In esse si esprime pienamente la fortissima
personalità della santa [..]. L'energia prorompente del linguaggio
delle Lettere testimonia la lucida e attiva visione dei problemi
religiosi, la fiducia nei propri ideali incrollabili: la pace, il
ritorno del Pontefice a Roma, la riforma dei costumi della Chiesa».
(Encicl.
Rizzoli Editore Mi, 1967).
> - Discrepoli di
Caterina:
Tommaso della Fonte s'adoperò ad iniziare fra i senesi il culto
di Caterina, commettendo ai pittori immagini di lei; Bartolomeo
Domenico raccolse le prove più importanti per il processo di
Venezia ove s'iniziò la causa per la canonizzazione della benincasa; Tommaseo
Caffarini scrisse la Leggenda Minore aggiungendo molti fatti
ch'erano stati omessi da Raimondo, e compose il Supplemento della
Leggenda. Egli dettò inoltre le regole delle suore della Penitenza in
italiano, e per tutta la vita non cessò mai di copiare, tradurre e
mettere in circolazione la Vita, le Lettere, il Dialogo della
Santa. Questi libri gli vennero richiesti da illustri personaggi,
fra i quali Enrico IV d'Inghilterra. Cristofano di Gano giunse ai
più alti uffici della Repubblica ed occupò, più tardi, il posto
onorifico di Cancelliere dell'Ospedale della Scala. Insieme a Niccolò
di Benevento, arcivescovo di Ragusa, cercò di persuadere Gregorio
XII a promulgare l'editto di canonizzazione di Caterina. Barduccio
Canigiani si fece prete secolare, e morì tisico in Siena un anno
dopo la sua Maestra. Stefano Maconi divenne Generale dei
Certosini, e fu uomo di alta autorità nel suo ordine e nella Chiesa. Il
prediletto della Benincasa, Neri di Landoccio Pagliaresi, il
malinconico poeta, al quale torna il merito di averle presentati quasi
tutti i discepoli, si ritirò a menar vita solitaria in un romitorio
fuori Porta Nuova di Siena. (..) Il Pagliaresi rimase fino alla morte il
capo del piccolo cenacolo cateriniano (.. morì l'otto marzo 1406).
(Da Le Lettere di S.Caterina, Vol.VI,
p.X, ed.1940 Giunti Barbèra Firenze e 1970 Marzocco Firenze a cura del
Monte dei paschi di Siena).
> -
Caterina impara a leggere e scrivere a vent'anni, nel 1367. «Il
celebre sposo (Gesù) volle appagare l'ardente desiderio della sua
ancella: quello di poter scrivere di suo pugno. Ciò avvenne alla Rocca
a Tentennano con un prodigio dei più notevoli. Riprendendosi da
un'estasi le capitò vicino un barattolo di cinabro liquido e «mossa da
divina ispirazione -racconta il Caffarini - prese in mano la penna e
quantunque non avesse mai imparato a formare lettere o a comporre versi,
scrisse con caratteri chiari e precisi una preghiera allo Spirito Santo».
(da
Castiglione d'Orcia e le sue Frazioni, di D.Gino Naldi; ed.
Cantagalli, 1973).
> -
Commento di Giuliana Cavallini: «..il volgare senese di Caterina, quel
meraviglioso fedele strumento del suo pensiero, ardente come una fiamma,
dolce come una carezza, preciso e incisivo come una punta di bulino»
(dal Breviario Cateriniano, ed. Cantagalli, 1996).
> -
Scrive p.Carlo Riccardi C.M.: « ..l'espistolario di Caterina ha un
grande interesse storico. Ci siamo sempre meravigliati che gli storici
di professione non lo abbiano pienamente compreso. Le Lettere di
Caterina sono documenti di primaria importanza. (..) Si renderà conto
(il lettore) dell'incredibile attività di questa donna eccezionale, del
suo fervore e amore alla Chiesa, e della sua straordinaria intelligenza
politica» [..] «Dio ha suscitato Caterina in un
momento difficile della storia della Chiesa. In un momento altrettanto
difficile, quale è il nostro attuale, la Chiesa ha ancora bisogno di
Caterina. Caterina non è morta. Essa è più viva che mai. La sua voce
forte, severa, materna, echeggia ancora, soprattutto nel suo
Epistolario» (dal Breviario Cateriniano, ed. Cantagalli, 1996).
> -
Gianfranco Morra osserva: «È proprio dei grandi uomini di vivere con intensità il
dramma del loro tempo e, insieme, di proporre delle soluzioni che lo
trascendono, in quanto dotate di validità universale. Così è stato
per la santa senese: le sue massime politiche, estratte da lettere
indirizzate a papi e cardinali, re e regine, principi e condottieri,
laici e religiosi, vescovi e politici, costituiscono un lascito per
sempre e possono orientare l'impegno sociale degli uomini di ogni
epoca» (La città prestata, ed.Città Nuova, 1990)
> - Parole preziose:
* «Caterina abominava
tutte le cose mediocri: le parole doppie, i consigli tenebrosi, e
disdegnava le prudenze umane. Attraverso il suo epistolario passa
continuamente come un'onda irresistibile la violenza del suo coraggio
(p.XXIII);
(..) colei che aveva desiderato di essere "sempre amatrice ed
annunziatrice della verità" di quella verità la quale secondo le
sue parole, è "la ricchezza della luce", che "tace
quando è tempo di tacere, e tacendo grida col grido della
pazienza."» (p.XXVIII); (P.Misciattelli;
da Le Lettere di S.Caterina,
Vol. I, ed. Giunti Barbèra Firenze, 1940; a cura Monte dei Paschi di
Siena ed Marzocco 1970);
* «Gesù dolce, Gesù Amore» (Lettera n.102);
* «La carità è
quello dolce e santo legame che lega l'anima col suo Creatore; ella lega
Dio nell'uomo e l'uomo in Dio» (L.7);
* «O dolcissimo amore Gesù, fa
che sempre s'adempia in noi la volontà Tua; come sempre si fa in cielo
dagli Angeli e santi tuoi» (L.108);
* «La pazienza non è mai vinta, ma
sempre vince e rimane donna» (cioè signora) (L.123);
* «Umana cosa è il peccato, ma la perseveranza nel peccato è cosa di
dimonio» (L.173);
*
«Se voi sarete quello che dovete essere
metterete fuoco in tutta Italia» (L. 368).
> - Parole
di Idilio Dell'Era:
(pellegrino
di bellezza - nel ventennale
della
scomparsa 1988-2008;
da
La Patrona d'Italia -
gennaio/marzo 1958)
Pesaggio
Cateriniano
Se
c'è un paesaggio che abbia mantenuto intatto il sentimento dei suoi
pittori e dei suoi mistici, questo è il paesaggio senese, fatto di
collicelli calvi nell'orizzonte tanto che le belle mattine sembrano un
soffio di cielo, di vegetazione labile e rada, di stradine a
sterro fra due muri monacali, di fiumicelli che appocano senza voce e
dovunque ti volti, ritrovi un rudere di convento, la leggenda di un
Beato, il ricordo di
un Santo.
Paesaggio
sempre vario dove costante persiste l'ulivo e il cipresso: terra d'ocra
che squilla al sole, rossolina come una lacrima di sangue, calcinala
come un volto in agonia, cretaiona che si corruga d'ombre, olivata e timida, rotonda e ondulata, cespugliosa di
rose e di lecci, parsimoniosa sempre e musicale come
il linguaggio della sua gente. I suoi colori sono netti e scanditi: le
stesse piazze, le strade, i palazzi, le torri, le basiliche della città si accendono di rosso, di
ferrigno, di candore, di lutto. A una spera di sole, Siena brilla e scintilla
coi marmi della sua cattedrale, a una nube che passi si imbroncia e
incupisce. È il carattere lirico dei suoi abitanti, violenti e dolci,
ombrosi e affabili, ciò che a torto, genera in chi non li conosce il sospetto di un'arretrata grettezza.
Eppure certe caratteristiche dei senesi sono reperibili
- e non potrebbe essere altrimenti - sebbene rese luminose dalla santità,
in Caterina Benincasa che
passa dalle invettive più crudeli alla supplicazione della più dolce
misericordia: sta coi piedi nell'Inferno dei peccatori e col candido volto nel Paradiso
dei Beati: popolana e aristocratica, donna di azione e di contemplazione,
illetterata e scrittrice della più schietta e limpida prosa del
trecento. Se
il "De Contempu Mundi" di Lotario Diacono è il paesaggio
funereo, di notti fitte di buche, l'Epistolario cateriniano è il paesaggio senese invariato nella
luce dei suoi colli svirgolata di cipressi, dei suoi eremi
taciturni e obliati, dei viottoli di bosco che sanno di spigo, delle sue
torri merlate e assorte, dei chiassuoli inerbiti, degli entroni e delle ogive dei suoi palazzi. A
furia più di nominarle le persone che abitarono con lei rapite dal suo messaggio ci sono
divenute confidenziali e non sembrano neppure di ieri, ma di sempre, cognomi
nostrani come quello di Stefano Maconi, di Andrea Vanni, di monna Alessia
Saracini. E Nanni di ser Vanni Savini, il barbuto masnadiero di Belcaro
ci rimane interessante al pari
di William Fleete, il nordico eremita di San Leonardo al Lago. (*)
Ma
a differenza delle tavole dei nostri pittori che hanno il fondo oro, il
paesaggio cateriniano è vivificato dal fondo sangue: si direbbe il paesaggio penante
delle crete tinte di estasi e di martirio, la campagna di Monteoliveto
scarna e magra che al Sodoma suggerì quel mirabile Cristo fra le due
Marie. Si è detto che il Medioevo è cristocentrico all'opposto
dell'Umanesimo antropocentrico: e Caterina ha visto al centro dell'universo il Cristo che sulla Croce rimarrà in
agonia fino alla consumazione del mondo.
Nel
motto "Fuoco e sangue" si compendia la sua teologia. Non c'è
sangue senza fuoco, scriveva ad Urbano
VI, poiché fu sparto con fuoco d'amore.
Tutte le
sue Lettere hanno inizio con questo segno rosso: "Vi scrivo nel
prezioso sangue suo
". E
al suo confessore comanda: "Annegatevi nel sangue di Cristo
crocifisso, e bagnatevi nel sangue di
Cristo crocifisso, bagnatevi nel sangue, e inebriatevi nel sangue, e
vestitevi di sangue. E se foste fatto infedele,
ribattezzatevi nel sangue: se il demonio vi avesse offuscato l'occhio
dell'intelletto, lavatevi l'occhio col sangue: se fuste pastore
vile senza la verga della giustizia, traetela nel sangue. Nel caldo del
sangue dissolvete la tiepidezza; e nel lime del sangue caggia la
tenebra... E di nuovo mi voglio vestire
di sangue e spogliarmi ogni vestimento... io voglio sangue e nel sangue
satisfò e satisfarò all'anima
mia... voglio nel tempo della solitudine accompagnarmi nel sangue: e così
troverò il sangue e le creature: e berrò l'affetto e l'amore
loro nel sangue".
Ci
sarebbe da mettere insieme un "Trattato del Preziosissimo Sangue
della Redenzione" con un quinto delle opere cateriniane, spigolando dalle Lettere
e dal Libro della Divina Dottrina, e facendo notare il bel modo di esporre chiaro e pacato della
Benincasa "Avendo perduto l'ignorante uomo la dignità e bellézza della innocenzia per la
colpa del peccato mortale, essendo fatto disobbediente a Dio: e mandò il Verbo unigenito suo
Figliuolo, ponendogli l'obbedienza che col sangue suo ci rendesse la
vita e la bellezza dell'innocenzia; perché nel sangue si lavava e
lavano le
macchie de' difetti nostri. Adunque vedi che nel sangue si trova e gusta
la bellezza dell'anima.
Bene ci si debbe l'anima annegare dentro, acciocché meglio concilia
amore ad onore di Dio e salute delle anime" (Lett. 108).
Ma
forse nel compilare un estratto della dottrina cateriniana sul
Preziosissimo Sangue rischieremmo
di ripetere l'errore di quanti hanno incluso e S. Francesco e S.Caterina
nelle storie della letteratura italiana, facendone una questione di estetica. L'estetica,
la critica, l'esegesi, financo l'oratoria ci hanno incrostato l'anima per cui non ci
giungono più al cuore i loro messaggi folgorazioni della Grazia.
Tra
loro e noi c'è un ingombro, un riempitivo, talvolta un preconcetto
insuperabile, un'idea cristallizzata:
e del Poverello di Assisi e della Santa di Fontebranda non vediamo che
la parte coloristica, dimenticando che ambedue, crocifissi con Cristo,
ci hanno indicato il prezzo del nostro riscatto nel Sangue dell'Agnello
ma anche il merito individuale della sofferenza e della penitenza,
"Qui fecit te sine te, non salvabit te sine te".
Il paesaggio cateriniano è pertanto vermiglio nel Sangue di Cristo e
non si limita o circoscrive alla
terra in cui la Benincasa nacque, crebbe, operò miracoli, ma è
dovunque sia un'anima battezzata, una croce dinanzi a cui si dica la
Messa. Troppo poco comprendiamo S.Caterina, perché troppo poco
comprendiamo la Messa. Se è vero, come è vero, che una notte in
visione Cristo fece appoggiare a Caterina la bocca sul proprio
petto ed essa potè bere a gran sorsi di quel pane che sgorga
eternamente da Lui, che cosa la Messa offre all'anima assetatale non il
Sangue di Cristo?
Nel
paesaggio cateriniano o ci si nutre del Sangue di Cristo o si muore.
"Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e
io la resusciterò nell'ultimo giorno" (Giovanni, e. VI. V. 55).
Idilio dell'Era
(*)- Altri documenti attestano che frequentò le
grotte dell’Eremo di Lecceto.

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Inno al sangue di Gesù.
Lettera CII - A Frate Raimondo da Capua dell'Ordine de' Predicatori.
Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.
Carissimo Padre in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi sposo vero della Verità e seguitatore e amatore d'essa Verità. Ma non veggo il modo che potiamo gustare e abitare con questa Verità se noi non cognosciamo noi medesimi. Perocchè nel cognoscimento di noi, in verità
cognosciamo, noi non essere, ma troviamo l'esser nostro da Dio, vedendo che egli ci ha creati alla immagine e similitudine sua. E nel cognoscimento di noi troviamo ancora la recreazione che Dio ci fece, recreandoci a Grazia nel sangue dell'unigenito suo Figliuolo; il quale sangue ci manifesta la verità di Dio Padre. La verità sua fu questa; che egli ci creò per gloria e loda del nome suo, e perché noi participiamo l'eterna bellezza sua, perché fossimo santificati in lui. Chi cel dimostra, che questo sia la verità? il sangue dello immacolato Agnello.
Dove troviamo questo sangue? nel cognoscimento di noi. Noi fummo quella terra dove fu fitto il gonfalone della croce: noi stemmo come vasello a ricevere il sangue dell'Agnello, che correva giù per la croce.
Perché fummo noi quella terra? perché la terra non era sufficiente a tenere ritta la croce; anco, averebbe rifiutata tanta ingiustizia; nè chiovo era sufficiente a tenerlo confitto e chiavellato, se l'amore ineffabile che Egli aveva alla salute nostra non l'avesse tenuto.
Sicché dunque l'affocata carità verso l'onore del Padre e la salute nostra, il tenne. Adunque fummo noi quella terra che tènnemo ritta la croce, e siamo il vaso che ricevemmo il sangue. Chi cognoscerà e sarà sposo di questa Verità, troverà nel sangue la Grazia, la ricchezza e la vita della grazia; e troverà ricoperta la nudità sua, e vestito del vestimento nuziale del fuoco della carità, intriso e impastato sangue e fuoco, il quale per amore fu sparto e unito con la Deità. Nel sangue si pascerà e notricherà di misericordia; nel sangue dissolve la tenebra e gusta la luce; perocché nel sangue perde la nuvola dell'amore proprio sensitivo, e il timore servile che dà pena: e riceve timore santo e sicurtà del divino amore, il quale ha trovato nel sangue. Ma chi non sarà trovato amatore della Verità, non la cognoscerà nel cognoscimento di sé e del sangue. Che egli vada schiettamente e senza frasche o novelle o timore servile; e senta il lume della fede viva, non solamente in parole, ma che basti d'ogni tempo, cioè nell'avversità come nella prosperità, e nel tempo della persecuzione come nel tempo della consolazione; e per neuna cosa diminuisca la fede, e il lume suo.
Perocché la Verità ha fatto cognoscere nella Verità, e non tanto per gusto, ma per prova. Dico, che se questo lume e questa Verità non sarà trovata nell'anima, non sarà però, che non sia vasello che abbia ricevuto il sangue; ma per suo giudicio e sua confusione, in tenebre e dinudato del vestimento della Grazia, riceverà giustizia, non per difetto del sangue, ma perché esso spregiò il sangue, e, come accecato del proprio amore, non vide né cognobbe la Verità nel sangue: onde egli l'ha ricevuto in ruima; e con grande amaritudine è privato dell'allegrezza del sangue e della dolcezza e del frutto del sangue, perché esso non conobbe
sé ne il sangue in sé, e però non fu sposo fedele della Verità.
Adunque v'è bisogno di cognoscere la Verità, a volere essere sposo della Verità. Dove? Nella casa del cognoscimento di voi medesimo, cognoscendo, l'essere vostro avere da Dio per grazia, e non per debito. E in voi cognoscere la recreazione che v'ha data, cioè, d'essere recreato a Grazia nel sangue dell'Agnello, e ine bagnarvi, e annegare e uccidere la propria volontà. In altro modo, non sareste sposo fedele della Verità, ma infedele. E però io dissi che io desideravo di vedervi sposo vero della Verità. Annegatevi dunque nel sangue di Cristo crocifìsso, e bagnatevi nel sangue, e inebriatevi del sangue, e saziatevi del sangue, e vestitevi di sangue. E se fuste fatto infedele, ribattezzatevi nel sangue; se il dimonio v'avesse offuscato l'occhio dell'intelletto, lavatevi l'occhio col sangue: se fuste caduto nella ingratitudine de' doni non cognosciuti, siate grato nel sangue; se fuste pastore vile e senza la verga della giustizia, condita con prudenzia e misericordia, traetela dal sangue; e coll'occhio dell'intelletto vederla dentro nel sangue, e con la mano dell'amore pigliarla, e con ansietato desiderio strignerla. Nel caldo del sangue dissolvete la tepidezza; e nel lume del sangue caggia la tenebra;
acciocché siate sposo della Verità e pastore vero e governatore delle pecorelle che vi sono messe tra le mani, e amatore della cella dell'anima e del corpo, quanto v'è possibile nello stato vostro. Se starete nel sangue, il farete; e se no, no. E però vi prego per amore di Cristo crocifisso, che voi il facciate. E spogliatevi d'ogni creatura (e io sia la prima); e vestitevi per affetto d'amore di Dio, e ogni creatura per Dio; cioè d'amarne assai, e conversarne pochi, se non in quanto si vede adoperare la salute dell'anime. E così farò io, quanto Dio mi darà la Grazia. E di nuovo mi voglio vestire di sangue, e spogliarmi ogni vestimento ch'io avessi avuto per fine a qui. Io voglio sangue; e nel sangue satisfò e satisfarò all'anima mia. Ero ingannata quando la cercavo nelle creature. Sicché io voglio nel tempo della sollicitudine accompagnarmi nel sangue; e così troverò il sangue e le creature; e berrò l'affetto e l'amore loro nel sangue. E così nel tempo della guerra gusterò la pace, e nell'amaritudine la dolcezza; e nell'essere privata delle creature, e della tenerezza del padre, troverò il Creatore ed il sommo ed eterno Padre. Bagnatevi nel sangue: e godete, che io godo per odio santo di me medesima. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.
(Dall'Epistolario, vol.II, Lettere di Santa Caterina da
Siena, ed. Giunti, 1940)

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SANTA CATERINA INSEGNA A PERSEGUIRE IL BENE
FRA INCOMPRENSIONI E OSTILITA'
Cari lettori e affezionati a Santa Caterina da Siena, la sua vita oggi tanto
onorata con titoli superiori ad ogni altra santa (Patrona d'Italia, Dottore della
Chiesa, Compatrona d'Europa), non fu risparmiata, pur nel suo consumarsi per il bene della Chiesa e del prossimo, dal rifiuto e da mordaci
critiche per via di quello che era e di quello che denunciava.
Nella Lettera 305 al Papa Urbano VI, da lui forse ricevuta il 18 settembre
1378, cioè due giorni prima che scoppiasse lo sciagurato scisma con l'elezione dell'antipapa Clemente VII, avvenuta a Fondi il 20 settembre, la
santa deplora il rilassamento dei costumi dappertutto, particolarmente tra
il clero della sua città. Dice al Papa: «se guardo a Roma nella vostra città dove siete Cristo in
terra, vi riscontro lo scatenamento infernale di molte iniquità (...) e come
accade costì, così avviene in ogni altro luogo, specialmente in questa città
(Siena), tanto che nel tempio di Dio, luogo di preghiera, hanno fatto una
spelonca di ladroni». La situazione senese le appariva così deteriorata da
farle dire che, a motivo di «cotanta miseria, fa meraviglia che la terra non
ci inghiottisca e tutto questo a causa dei cattivi Pastori che non hanno
ripreso i difetti né con la parola, né con la buona e santa vita».
I vescovi del suo tempo non avevano potuto o non avevano osato mettere un
freno. Gregorio XI nel 1371 aveva nominato vescovo di Siena «a malgrado
della città» (cfr. Tommaseo) il francese fra' Guglielmo il quale, secondo
l'uso invalso, stette lontano dalla sede.
Nel 1377, Gregorio XI nominò vescovo un senese, Luca di Ghino Bertini che si
decise ad istituire un sinodo al fine di correggere i difetti del clero, ma
non si sa con quali risultati dato che la lettera con le lagnanze di S.Caterina è del settembre 1378.
Ciò che deplorava la Santa rispecchiava anche il giudizio dei Governanti di Siena perché nella Lettera 121, ricorda loro
che «si lamentano continuamente perché i preti e gli altri chierici non sono
a posto». Caterina però sapeva che a Siena circolava la maldicenza anche nei
suoi confronti, infatti nella Lettera 123, così si rammarica: «Sono
dispiaciuta dell'affanno e della fatica che i miei cittadini impiegano nel
pensare e nell'usare la lingua nei miei confronti, al punto che sembra non
abbiano nient'altro da fare che tagliare la legna in capo a me e al gruppo
che mi segue». Lo stesso rammarico era già stato espresso nella ricordata
Lettera 121 dove Caterina rileva che si sparla «del mio viaggiare con i
miei seguaci (...) ma non sarà per l'ingratitudine e l'ignoranza dei miei
concittadini - dice - che smetterò di operare per il vostro bene fino alla
morte».
Nella seconda metà del 1379 quando le restava poco tempo da vivere (morirà
il 29 aprile successivo), allorché il suo confessore Fra' Raimondo da Capua
la informò che Urbano VI la voleva a Roma per contribuire ad arginare lo
scisma dell'antipapa, Caterina fece notare al Padre Raimondo che «molti
cittadini senesi con le loro mogli e anche alcune consorelle Mantellate,
avevano riportato non poco scandalo a causa dei suoi troppi viaggi (...)» -
però aggiungeva - «se il vicario di Cristo vuole assolutamente che i vada
(...) fate in modo che la volontà del Papa risulti per scritto affinché chi
si scandalizza, sappia bene che non mi muovo per capriccio». Il Papa allora
glielo ingiunse e lei partì il 28 novembre (B.Raimondo, Vita n. 333).
Altre critiche e maldicenze subì la santa da parte di ecclesiastici detti
«osservanti» come quei monaci di Pisa che la biasimarono perché la chiamavano «la Santa di Toscana» o quel monaco Bianco de' Santi, che le
scrisse accusandola di mancanza di umiltà «perché si mostrava in pubblico
come un apostolo e andava in giro trionfalmente per Pisa lasciandosi baciare
le mani -Stai attenta, stai attenta» - l'ammoniva - «a non diventare bugiarda e
a non commettere azioni vili per vanità!» (cfr. Vita B. G.Colombini e la
testimonianza di B.Dominici al Processo Castellano). Caterina sopportò umilmente e non volle che il Padre Raimondo la difendesse.
Nella Lettera 92 del 1373, infine «ad uno spirituale in Firenze», che la
metteva in guardia dall'inganno del demonio per via della sua totale astinenza dal cibo invitandola a nutrirsi perché non le riconosceva il dono
dell'inedia (=digiuno assoluto per un tempo superiore alla natura), Caterina
non badando alle sue asprezze «lo ringraziò di cuore per lo zelo dimostratole per la sua anima», però lo «pregava di non essere affrettato
nel giudizio se non era ben sicuro di vedere le cose come sono davanti a
Dio».
Tra le incomprensioni più dolorose bisogna aggiungere quelle delle persone a
lei più vicine, cioè le consorelle Mantellate. Spicca fra queste la Mantellata Palmerina che ròsa «dall'invidia prese in odio Caterina e ne
sparlava in privato e in pubblico più che poteva». Essa fu colpita da una
grave malattia e alla fine morì serenamente per le insistenti preghiere di
Caterina (B.Raimondo, Vita, n.147).
Che dire dell'altra Mantellata Sora Andrea, che per astio la infangò di turpitudine? Le consorelle la
convocarono e «infuriate l'assalirono con insulti (...) ma lei non faceva
che ripetere: vi assicuro che non è vero» (Vita, n.157). Quando la cosa fu
risaputa da Monna Lapa, così redarguì la figlia: «Te lo dicevo di non
occuparti di quella vecchia puzzolente che ora ti ricompensa disonorandoti
con tutte le Mantellate». Caterina però pazientava (Vita, n. 159). Non fu
meno pesante la Cecca, ammalata di lebbra «che nessuno le stava vicino per
paura del contagio» sicché Caterina saputolo «andò giubilmente ad assisterla», ma questa diventò «esigentemente arrogante» e anziché
ringraziarla «cominciò a ingiuriarla e provocarla: benvenuta signora regina
di Fontebranda - le diceva - che passa la giornata nella chiesa dei Frati
(...), non siete mai stanca di questi Frati!» (Vita, nn. 143 e 409). Caterina tuttavia non smise di servirla.
Il Beato Raimondo narrando il calvario delle ostilità subite da Caterina,
dice: «sono al corrente delle innumerevoli ingiurie che le furono inflitte
da coloro che avrebbero dovuto consolarla (...) ma lei tutto superava con
saggia pazienza» (n. 403).
Nuovamente altre consorelle Mantellate, vinte dall'invidia nel vederla tanto
avanti nella perfezione riuscirono a farla privare ora delle loro adunanze,
ora della comunione. Se poi le era permessa la comunione, i frati e le
consorelle le «imponevano di uscire subito di chiesa perché veniva rapita a
lungo fuori dei sensi e coloro che erano stati istigati dalle Mantellate,
talvolta infuriati, la prendevano malamente di peso, insensibile e intirizzita, la gettavano fuori di chiesa come fosse immondezza»
(nn.
405-406).
Il Beato Raimondo conclude la sua lunga descrizione delle avversità subite
da Caterina annotando «che uno dei nostri, sedotto dal demonio, anche in
presenza delle consorelle di lei, diceva spesso vituperi e ingiurie vergognose (...) ma la vergine imponeva alle sue compagne di non
rispondergli» (n. 415). Bisogna dire che l'intero arco della vita di Santa Caterina fu costellato da
incomprensioni e diffidenze. Noi suoi devoti di oggi alle prese con le
nostre vicende individuali, sociali e religiose non possiamo limitarci
all'ammirazione dell'eroicità con la quale la vergine senese seppe virtuosamente accettare maldicenze e calunnie d'ogni genere. Dobbiamo
apprendere da lei anche questa lezione di vita cristiana che, come riporta
il Beato Raimondo: «Vinceva tutto con silenziosa fortezza, insegnandoci a
fare altrettanto con la parola e con l'esempio» (n. 415).
(Padre Lorenzo Fatichi O.P., da La Patrona d'Italia e d'Europa, n.3 anno 2003)
°-°-°-°
"CONSIGLI"
DI S.CATERINA AI POLITICI
- Fr. Giovanni Calcara OP
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In un contesto socio politico in cui molti, ed indistintamente, fanno "proclami" per rivendicare primogeniture di autenticità e di fedeltà agli ideali cristiani, che poi è difficile vedere mettere in pratica, vale la pena richiamare un aspetto fondamentale dell'attività apostolica di Santa Caterina da Siena (1347-1380), che riguarda proprio la sua attività, volta ad evangelizzare la politica del suo tempo. Il suo valore rimane di estrema attualità per tutti coloro che sono già impegnati, o che sono disposti ad assumere l'impegno, nell'amministrare e promuovere il Bene Comune. La
senese, Dottore della Chiesa, Patrona d'Italia (e dal I ° ottobre 1999) Patrona d'Europa, rimane un richiamo per tutti. Laica e donna del suo tempo, ha lottato tenacemente contro ogni pregiudizio e violenza, in un'opera di instancabile pacificazione tra le città italiane e gli stati europei. Offrì la sua vita per la riforma e l'unità della Chiesa, riuscendo
grazie alla sua tenacia a portare a Roma la sede del papato, ponendo fine alta "cattività" avignonese.
È significativo considerare che Caterina da Siena è una mistica, la cui forza
interiore riesce a darle una instancabile attività apostolica, che ha influito in maniera condizionante nella sua epoca storica. Questo per ricordarci, come da più parti viene sottolineato, di come sia necessario fondare il sociale e il politico, non solo sulla Dottrina Sociale della Chiesa, ma sulla spiritualizzazione e l'interiorizzazione della vita personale di chi, vuole porsi al servizio del Bene
Comune. È la conversione del cuore la vera base, su cui innestare l'agire illuminato dalla morale, perché tutto sia posto al servizio dell'uomo e della sua crescita integrale.
In questa radicale crisi di valori, non è certo pensabile che delle semplici riforme di "struttura" possano consentire il recupero di una convivenza onesta e solidale. Ecco quindi alcune "massime politiche", tratte dalle sue Lettere, e che anche oggi possono orientare l'impegno sociale degli uomini in ogni epoca, dato che la parola di Caterina non è una ideologia, ma una parola di verità, essendo stata proclamata Dottore della Chiesa.
LA CITTÀ TERRENA non è un possesso di chi l'amministra, essa è una "città prestata". "Colui che signoreggia sé, la possederà con timore santo, con amore ordinato e non disordinato; come prestata e non come cosa sua... altro rimedio non hanno
gli uomini del mondo a volere conservare lo stato spirituale e temporale, se non di vivere virtuosamente..." (Lettera 123).
La personalità dell'uomo deve avere un FONDAMENTO che gli consenta di orientarsi nella vita e di agire da uomo: "Pensa che sempre a cercare il fondamento di dura maggiore fatica: fatto il fondamento, agevolmente si fa l'edificio..." (L. 195). Ora tale fondamento è fatto solo nella carità di Dio e del prossimo: tutti gli altri esercizi sono strumenti e edifizi posti sopra questo fondamento"
(L.316). Tuttavia, non ogni amore è fondamento, lo è solo quello che S.Agostino aveva chiamato "ordinato", cioè che supera la tentazione di credere solo alle cose che passano o che sono create come noi, perché "le cose create sensibili non possono saziare l'uomo, perché sono minori all'uomo"
(L.67). Ma la vita è milizia e lo stesso fondamento si logora e si indebolisce. Bisogna, dunque, restaurarlo e
raffozzarlo e rafforzarlo ogni giorno, in un esercizio che dura tutta la vita.
UN GRANDE NEMICO: L'AMOR PROPRIO. L'amor proprio, cioè l'amore sensitivo per sé medesimo, avvelena l'anima e la rende incapace di tendere al vero bene. Caterina esprime, con accenti che ricordano il dramma delle due città di S.Agostino, la lotta tra questi due "amori": "Se l'animo nostro non è spogliato di ogni amore proprio e piacere di sé al mondo, non può mai pervenire al vero e perfetto legame di carità. Infatti l'uno è intralcio all'altro: è tanto è contrario, che l'amore proprio ti separa da Dio e dal prossimo; e quello ti unisce: questo ti da morte, e quello vita, questo tenebre e quello lume; questo guerra, e quello pace; questo ti stringe il cuore, che non vi trova più posto né tu né il tuo prossimo; e la divina carità lo dilata, ricevendo in sé amici, e ogni creatura che ha in sé ragione"
(L.7).
VIRILITÀ' DEL POLITICO. Può far politica solo chi è
adulto e non fanciullo, solo chi è sveglio e non addormentato. Il richiamo di Caterina alla "virilità" dell'uomo
in genere e, soprattutto, del politico è una costante delle sue lettere (una virtù, la virilità, che non è caratteristica del maschio, ma di ogni uomo "forte"
(vir deriva dalla stessa radice di virtus), tanto che la Santa la richiede anche alle donne.
CORAGGIO DEL POLITICO. Una virtù necessaria del politico è
iI coraggio, che lo induce ad impegnarsi per la verità e per il bene. Il coraggio è il contrario del "timore servile", che produce il "sonno della negligenza" evitare la prova, rimandare la decisione, tollerare il male:
"Il timore servile impedisce e avvilisce il cuore, e non lascia vivere né adoperare come a uomo ragionevole, ma come animale sena veruna ragione..."
(L.123).
Ne viene fuori un vero identikit dell'uomo che dopo aver fatto sintesi della vita personale con quella pubblica sarà, solo allora, in grado di poter vivere la politica, come affermava Paolo VI "come la più alta forma di carità cristiana". La coerenza tra fede e vita, impegno sociale e lotta per i diritti della persona sono inseparabili, la credibilità di ogni "aggregazione sociale o politica" si gioca proprio in questi termini che, per Santa Caterina, sono irrinunciabili per poter vivere ogni tipo di impegno, come missione.
(da: Famiglia Domenicana n.2, marzo/maggio 2003)
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PRESENTAZIONE DI SANTA CATERINA IN
AMBIENTI NUOVI
(da La Patrona d'Italia e d'Europa n.3 lug/set.2008)
Incontrare Santa Caterina sulle orme di Giovanni Jorgensen.
Può forse essere riassunto così lo spirito con il quale la
dottoressa Birgit Malling Eriksen, ha iniziato ad interessarsi
di Caterina.
La signora Birgit è una giornalista danese e nel 2005 venne a Siena
sulle tracce del suo connazionale Giovanni Jorgensen che nel 1915
pubblicò una bella biografia su Santa Caterina da Siena.
Egli venne a Siena, alloggiava alla pensione Chiusarelli e studiava i
testi cateriniani per poter poi scrivere una biografia sulla
Mantellata senese. Anche la signora Birgit è venuta a Siena, ha
incontrato Padre Alfredo, il quale le ha parlato di Santa Caterina e
si è appassionata al personaggio leggendo una quarantina di libri su
Santa Caterina, così poi lei ha iniziato a diffonderne la vita e il
pensiero, pur essendo di fede cattolica. La dottoressa Malling Eriksen
ha illustrato la figura di Santa Caterina proiettando con il sistema
power point, molte foto dei luoghi cateriniani di Siena, opere
d’arte ecc, accompagnando ogni immagine con un testo. I luoghi delle
conferenze sono stati tre: Hostelbro e Copenaghen in Danimarca
e North Hatley – Quebec – Canada.
A Hostelbro, sono intervenute circa 85 persone e la relatrice ha
offerto a tutti i partecipanti una stampa con l’immagine di Caterina
con la preghiera allo Spirito Santo tradotta in danese,
mentre nella pausa ha fatto assaggiare panforte e vin santo per
entrare meglio nell’atmosfera senese.
A Copenaghen invece la conferenza era organizzata in collaborazione
con l’Associazione Giovanni Jorgensen e nell’occasione sono state
presentate le foto della conferenza su Jorgensen che Padre Alfredo
tenne l’8 maggio 2006 a Siena, con la successiva inaugurazione della
lapide posta sulla facciata dell’Hotel Chiusarelli. A proposito di
questa conferenza il dottor Emilio Canu dell’Istituto italiano di
cultura in Copenaghen ha detto: “E’ stata una serata
interessantissima, durata quasi tre ore, dove la relatrice, ha
mostrato una quantità di immagini e di informazioni rilevantissima,
con una relazione fitta di interessanti spunti storici, letterari,
religiosi. Il pubblico ha seguito con estremo interesse la dotta
relazione (…).
A North Hatley – Quebec- in Canada, la signora Birgit ha tenuto la
conferenza in inglese. A questo proposito la dottoressa Anne Fortier,
Program Officer presso
l’Institute for Humane Studies, Georges Mason University di
Washington, ha scritto: “(…) La presentazione, che Birgit chiama
“foto-viaggio” immediatamente ha coinvolto ciascuno nella vita e
nella lezione di Santa Caterina, che era presentata attraverso belle
foto di immagini religiose, di arte antica e moderna, e immagini
panoramiche di Siena e dintorni, tutto accompagnato da una dolce
musica e affascinante lettura. Ognuno era affascinato dalla storia
della vita di Santa
Caterina e dalla storia di Siena, così come per l’attualità del
messaggio che la dottrina di Santa Caterina ha per tutti noi circa
l’amore e la generosità, la politica e la potenzialità della
volontà umana. Dall’inizio alla fine della presentazione, le
persone presenti nell’autorio, erano estremamente interessate,
qualcuno, sorridente, così come sereno è intento ad ascoltare circa
il coraggio di Santa Caterina nel comunicare col Papa, qualcuno era
interessato alla sua filosofia delle anime, e qualcuno triste quando
ha udito circa lo schiacciante peso che Santa Caterina pose sulle sue
spalle. Gli intervenuti erano anche molto interessati a conoscere
l’Associazione Internazionale dei Caterinati e le ricerche in corso
intorno alla vita di Santa Caterina (…).
Caterina quindi, grazie alla signora Birgit, ha potuto farsi conoscere
anche in ambienti nuovi, facendo apprezzare il suo pensiero e il suo
messaggio anche a persone che non professano la religione cattolica.
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