(affresco - Basilica San Domenico -Andrea Vanni, Si 1332-1414)

Il Dialogo

PREMESSA:
> - Manoscritti: -Il libro facto per divina revelatione de la venerabile et admirabile vergine beata Caterina da Siena. Biblioteca Vaticana, Cod. Barb. Lat. 406;. - Il libro detto Dialogo della Venerabile vergine et sposa di Jesù Cristo, Sancta Caterina da Siena. Biblioteca Riccardiana, MS. 1267. (Rec. da: Le Lettere di S.Caterina, Vol. I, 1940 Barbèra, 1970 Marzocco Firenze-Monte dei Paschi di Siena). 
 
> - Pacificata Firenze con il Papa, (Caterina) si ritirò qualche tempo nella solitudine per dettare il Dialogo ai suoi segretari Neri Pagliaresi, Stefano Maconi e Barduccio Canigiani. Il Caffarini ci dice che ella terminò quest'opera il 13 ottobre del 1378. Il Dialogo è un libro d'alta ispirazione ove si inabissa l'anima nel Dio della verità e dell'amore: esso è l'espressione della sua vita meditativa come l'Epistolario della sua vita di battaglia. Nel Dialogo ella gustò la gioia del raccoglimento, come confessa in una lettera scritta a Fra Raimondo poco prima di morire: «Anco vi prego che il Libro e ogni scrittura la quale trovaste di me, voi e Frate Bartolomeo e Frate Tommaso e il Maestro, ve lo rechiate per le mani; e fatene quello che vedete che sia più onore a Dio, con missere Tommaso insieme; nel quale io trovava alcuna ricreazione». Dopo il quieto lavoro dell'estate e dell'autunno 1378, rientrò con foga nella vita attiva.  (dal vol. I delle Lettere di S.Caterina da Siena, p.XXV, P.Misciattelli - Giunti Barbèra Firenze 1940; ed. Monte dei Paschi di Siena, Marzocco Firenze 1970).
     

 - Il Dialogo della divina Provvidenza
(nella redazione aggiornata del P.Angiolo 
     Puccetti 1937, O.P.; 3.a 
ed. riveduta e corretta a cura del P.Tito  S.Centi, O.P.; ed.Cantagalli,   
     1992)
:
    >Introduzione (p. 5-7) «La prima edizione di quest'opera nella redazione aggiornata, ossia in lingua italiana moderna, risale al 1937. Fu curata con intelligenza e con amore dal P.Angiolo Puccetti..(...). Le opere (della Santa) sono state ristampate più volte in questi ultimi decenni, così da essere davvero accessibili a tutti gli italiani. (...) ... rimane tuttora valida l'impresa del P.Puccettti, che ha ridotto un testo classico della nostra letteratura trecentesca in un italiano scorrevole e moderno, non privo di quel garbo toscano che era congeniale allo stesso "traduttore". (...) .. l'opera caterinaina per eccellenza è il Dialogo, in quanto costituisce la sintesi del suo pensiero e il testo base della sua laurea a "Dottore della Chiesa", ... 
   (..) Rileggendo il testo, senza la divisione in capitoli e in trattati, precisamente come uscì dalle labbra estatiche di Caterina e dalla penna veloce dei suoi segretari, ciò che emerge è la perfetta unità dell'Opera. Unità che è assicurata anzitutto dalla perfetta coerenza di un unico soggetto che descrive la propria irripetibile esperienza. Notiamo inoltre che tale coerenza è saldamente ancorata nella dottrina della fede cattolica, sviluppata e armonizzata secondo la teologia agostiniano-tomistica.
   Questo impianto dottrinale, evidente già a prima vista, risulta ancora più solido a un approfondito esame delle affermazioni singole, del contesto, dei presupposti e delle intenzioni di fondo. Il teocentrismo poderoso di Agostino e di Tommaso è evidente nella presenza stessa ubiquitaria dell'Interlocutore Trascendente: il Dialogo si svolge quasi come un monologo dell'Eterno Padre, principio e fine di tutte le cose. E il discorso muove sempre dal presupposto che tutto parte da Dio per tornare a Lui. Anzi, per l'esattezza, tutto procede dal Padre per il Figlio e con l'opera dello Spirito Santo.
   (..) Tutta l'opera si regge e si articola intorno a poche idee forza, quali verità e misericordia, conoscimento e carità, perfezione e umiltà, libera volontà e obbedienza, morte e vita eterna, felicità e provvidenza».
                                      (P.Tito S.Centi, O.P. - 1992)
   >Prefazione (p.13-18) «(..) Nell'ordine della Provvidenza che ha assegnato una missione ai santi, riesce infinitamente più importante il contenuto dottrinale dei loro scritti. (...) Sotto quest'aspetto il Dialogo della divina Provvidenza è fino ad ora la migliore, anzi l'unica opera italiana di ascetica e di mistica, che possa degnamente competere coi trattati famosi di un S.Giovanni della Croce, di una S.Teresa, di un Ven.Luigi da Granata, di un Enrico Susone, di un Taulero, e della scuola Sulpiziana di Francia. (..) S.Caterina li vince tutti per la sua completezza e profondità. Vi è un piano organico, sufficientemente sviluppato, da cui si può ricavare una visione ampia ed ordinata del problema spirituale.
   La Santa, che pure aveva imparato prodigiosamente a leggere e a scrivere (Legenda B. Raimondo I, ii - Lett.272, ed. Tommaseo), non scrisse, ma dettò questo libro nell'ottobre del 1378, compiuto il suo 31° anno, a meno di due anni dalla morte (secondo G.Cavallini la data di composizione è da collocarsi entro un arco di tempo più ampio, ossia dal dicembre 1377 all'autunno 1378; cfr. Il Dialogo, di G.Cavallini, ed. Cateriniane, Roma 1968, pp.24-26). (...) Lo straordinario è che Caterina dettava soltanto quando, in forza del rapimento, i sui sensi sembravano come morti. Durante il tempo dell'estasi, i suoi occhi non vedevano, i suoi orecchi non udivano, le sue narici non sentivano l'odore, né il gusto il sapore, ed il suo tatto non percepiva nessun oggetto. (...) Il notaio senese Cristofano di Gano Guidini ci informa che erano in tre ad alternarsi nel lavoro dello scrivere, quando la Santa dettava: Barduccio Canigiani, Stefano Maconi e Neri di Landoccio. Nell'intenzione della santa, il Libro è come il suo testamento spirituale. (..)   
   (caratteristica del Libro) Quella dottrina di ascesi spirituale, che nelle opere classiche è svolta astrattamente, oppure sotto un angolo visuale troppo ristretto e personale, viene in questo Libro come rifusa, e proiettata sul mondo tormentato di allora, quale farmaco potente. (...) ..in Caterina gli elementi speculativi vengono tolti dalla loro lucidezza siderale e tuffati nella grande fiumana della vita, fatta di lotte, di lacrime, di spasimi e di tormenti. Anche le immagini che preferisce, riflettono il concreto dinamismo della sua vita. (...) Sono pagine di fuoco, che riflettono su tutte le gerarchie e classi sociali dei suoi tempi: di tutti i tempi. (...) Caterina affonda con coraggio virile questo mistico coltello della verità di Dio nel corpo dolente della società cristiana, per estirparne le fibre infette, le ulcere mortali, i germi di un male che minacciava di distruggere l'opera del Salvatore. Ma quanto spasimo, quanta pietà, quanta tenerezza per il povero paziente! (..)
   (struttura del Libro) .. esso non si presenta come un trattato scolastico di perfezione spirituale; manca di rigore nel disegno generale e nel processo logico; però nella enunciazione del pensiero è quasi sempre teologicamente inappuntabile. (..)
   Il Libro è una risposta divinamente luminosa alle quattro domande della Santa. Essa le riassume poi brevemente e chiaramente nel capitolo 166, che ci dà il filo del pensiero riassumendo le quattro risposte di Dio, che vengono chiamate, le quattro grandi misericordie. (Misericordia a Caterina: cap.2-16; al mondo: cap.17-109; alla Chiesa: cap.110-134; per un caso particolare: cap.135-153; Trattato dell'obbedienza: cap.154-165). (..)
   Del Libro esistono in italiano tre edizioni (quelle italiane). La prima si trova nel IV ° volume degli scritti cateriniani, pubblicati da Girolamo Gigli del 1707 in poi. (Nota 5- Il Dialogo aveva avuto più edizioni già nel secolo XV. Il Taurisano elencava nel 1928 altre nove edizioni nei secoli XVI-XIX).
            (Siena, 15 settembre 1937 - P.A.Puccetti dei Predicatori)


 - LA  FIGURA  DI  CRISTO-PONTE  SECONDO SANTA
   CATERINA DA SIENA 
(Conferenza di Mons.Mario I.Castellano, tenuta nel 
    Collegio Universitario S.Caterina da Siena di Pavia, il 24/11/1980. Quella che segue è una 
     sintesi redatta dall'autore stesso).

  
La dottrina teologica e spirituale di S. Caterina da Siena, quale risulta dal Dialogo, dall'Epistolario e dalle Orazioni è tutta accentrata in Cristo Gesù. Di questa dottrina cristologica due sono le caratteristiche più salienti, l'esaltazione del sangue di Cristo e la figura o allegoria di Cristo-Ponte.
- L'allegoria di Cristo-Ponte
   Tale allegoria si ritrova già nella lettera 272 al Beato Raimondo da Capua. È l'Eterno Padre che parla e dice: «Dell'Unigenito mio Figliuolo... ho fatto Ponte perchè tutti possiate giungere a gustare e ricevere il frutto delle vostre fatiche. Sapete, figliuoli, che la strada si ruppe per lo peccato e disobbedienza di Adamo, per siffatto modo, che nessuno poteva giungere al termine suo; e così non s'adempiva la mia Verità, che l'avevo creato alla imagine e similitudine mia, perchè egli avesse vita eterna, e partecipasse e gustasse me che sono somma ed eterna Bontà. Questa colpa germinò spine e triboli di molte tribolazioni, con uno fiume che sempre percuote l'onde sue: e però io v'ho dato il ponte del mio Figliuolo, acciochè, passando il fiume, non v'annegaste. Ma aprite l'occhio dell'intelletto, e vedete che tiene dal cielo alla terra; perocchè bene di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fusse sufficiente a passare il fiume e darvi la vita. Sicchè esso unì l'altezza del cielo, cioè la natura divina, con la terra della vostra umanità. Convienvi dunque tenere per questo ponte, cercando la gloria del nome mio nella salute delle anime, sostenendo con pena le molte fadighe, seguitando le vestigie di questo dolce amoroso Verbo, ecc...»
Nel Dialogo la dottrina del Ponte è esposta per molte pagine, diffusamente dal cap.26 al cap. 86, che poi ne fa il riepilogo.
- Origine dell'allegoria
   Nella tradizione della Chiesa, e quindi anche nella predicazione al tempo di S. Caterina, c'erano espressioni come questa: Cristo, via, verità e vita; Cristo scala al cielo; Cristo Pontefice. S.Caterina (la quale afferma di «tutto apprendere da Gesù quello attiene alla nostra salvezza eterna») fa sua l'allegoria di Cristo che fa ponte tra cielo e terra, la perfeziona, la arricchisce, la sublima, fino al punto che dobbiamo riconoscerle tutto il merito di una sua creazione originale.
- I presupposti dell'allegoria
   Anzitutto il peccato originale: «La strada del cielo si ruppe per peccato e la disubbedienza di Adamo». «Il mare tenebroso di questa tenebrosa vita» è la fiumana del peccato, che trascina alla dannazione eterna tutti i peccatori.
E poi l'Incarnazione del Verbo: «V' ho dato il Ponte del mio Figliolo». Cristo è il «tramezzatore» cioè si è messo come mezzo di unione tra Dio e l'uomo. Come Dio ha dato un valore infinito al suo sacrificio, come uomo ha offerto a nome di tutti gli uomini la riparazione dovuta a Dio per i peccati.
- Descrizione del Ponte
  
Il ponte che è Cristo in croce, va dalla terra al cielo con una sola 
campata: la natura umana e quella divina unite nella persona di Cristo. Le pietre di cui è fatto il ponte sono le "vere e reali virtù" di Cristo cementate col suo sangue. Sotto il ponte scorre la fiumana del peccato e della perdizione nella quale sono immersi tutti gli uomini.
a) Una sola campata, con tre scaloni poiché è fatto a scale. 1 °
scalone o gradino ai piedi di Cristo; 2° scalone al costato di Cristo; 3° scalone alla bocca di Cristo. Gli scaloni indicano pertanto,
in ascesa, il cammino di perfezione, i tre gradi della vita spirituale.
b) Su! ponte c'è una bottiga per rifocillarsi: è la Chiesa, che
"ministra il pane di vita e da a bere il sangue" di Cristo; e cioè amministra i santi sacramenti, che hanno valore nel sangue di Gesù, e in particolare l'Eucarestia, cibo e pegno di vita eterna.
e) Chi va sul ponte si salva, chi rimane sotto il ponte è trascinato dalla fiumana alla dannazione eterna.
- La via della verità
   Via della verità è il cammino sul ponte. La verità rivelata agli uomini da Gesù è l'amore di Dio, che li vuole partecipi della sua stessa beatitudine eterna.
Per interpretare il cammino del ponte, occorre uscire dalla corrente e toccare la riva. Ciò avviene quando i peccatori si avvedono di correre verso la perdizione, di essere ingannati dal mondo e dal padre della bugia, di essere divenuti «martiri del demonio». È la crisi del conoscimento alla quale succede il timore servile, cioè la paura dell'infelicità e dei castighi di Dio. È il primo impulso alla conversione; ma se l'anima resta ferma al timore delle pene, non persevera e non si salva, cioè ricade nella fiumana. Al timore occorre che si unisca l'amore. Non basta voler liberarsi dal male, occorre voler compiere il bene. Il timore servile diviene allora timore santo di Dio. L'anima è indotta a pentirsi dei suoi peccati, a fare penitenza, ad accostarsi al sacramento della Confessione. Così riesce veramente a uscire fuori dalla fiumana e a vomitare l'acqua corrotta, bevuta in abbondanza.
Ma non basta approdare alla riva: occorre salire sul ponte e percorrerlo fino in cima: è la legge del progresso nella vita spirituale. Gesù chiama, Gesù attrae a sé: «Se sarò innalzato da terra, trarrò tutti a me». Il ponte è Cristo crocifisso. Le anime che sono sulla riva, attratte da Lui, diverranno assetate: «Chi ha seta, venga a me». Esse hanno volontà di amare e per questo si sentono spinte a progredire e a non tornare più indietro. Esse vogliono salire per gradi ordinati e progressivi, e cioè salire sui tre scaloni.
- Annotazioni
a) Per comprendere quanto viene detto da S. Caterina circa i tre scaloni, occorre tenere presente che lei è convinta della chiamata universale alla carità e quindi alla santità, proclamata ai nostri giorni dal Concilio Ecumenico Vaticano II.
Essa distingue:
-la carità comune a cui tutti sono tenuti, che consiste nell'osservare attualmente i comandamenti di Dio e mentalmente i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza;
-la carità perfetta, alla quale sono tenuti i religiosi e in genere le anime consacrate, che consiste nell'osservare attualmente anche i consigli evangelici.
Si tratta di due stati di vita, che portano entrambi alla salvezza; ma il secondo, cioè quello dei voti religiosi è più piacevole a Dio: i religiosi sono fatti angeli. Ma lo stato comune è possibile a tutti.
b) I tre scaloni hanno il significato di tre gradi nel cammino della carità (sia quella comune, sia quella perfetta), che ora diremo. Però S.Caterina aggiunge anche un altro significato collaterale, per cui essi rappresentano le tre potenze dell'anima congregate per salire sul ponte e così amare il Signore con tutta la mente e tutte le sue forze. La memoria è impegnata a ritenere i benefici di Dio, i doni del suo amore; l'intelletto a vedere e capire l'amore di Dio; la volontà ad amare Dio e il prossimo. 
- Primo scalone.
È ai piedi del Crocifisso. L'anima leva i piedi dalla terra e li posa sul primo gradino, accanto ai piedi inchiodati di Gesù. Levare i piedi da terra significa distaccarsi dalla sensualità, la quale «deve essere conculcata con i piedi dell'affetto» e cioè dell'amore. È spogliarsi del vizio, col «coltello dell'amore alla virtù e all'odio del vizio». È la purificazione dell'«amor proprio sensitivo», ottenuto anche per mezzo di penitenze corporali. Per riuscirci è determinante l'attrazione dell'amore. «L'amore attira l'amore». Per salire sul ponte occorre lasciarsi attrarre dall'amore. 
L'amore con cui l'anima corrisponde è ancora amore mercenario e lo stato in cui si trova - ancora stato servile. Si tratta di amore imperfetto, nato dalla paura del castigo. L'anima gode di essere perdonata da Dio e ritrovarsi con Lui, ma è facile all'impazienza, alla stanchezza, cerca le consolazioni di Dio; è ancora in pericolo di ricadere nel fiume. Ma se essa riconosce la sua imperfezione, vigila su se stessa, adopera come si è detto il coltello a due tagli, si mortifica, sopporta l'aridità dei sensi, passa da mercenario a servo fedele e cioè obbedisce a Dio non più per timore dei castighi, ma per piacere a Dio. E chi ama Dio come servo fedele, passa al secondo scalone.
- Secondo scalone
   È alla piaga aperta del costato di Cristo crocifisso. L'anima fa un grande progresso nell'amore di Dio, poiché passa dallo stato servile allo stato liberale, da servo diviene amico. «Non vi chiamerò più servi, ma amici». L'impegno è ormai nella pratica delle virtù; specialmente nella carità verso Dio e il prossimo. Si ama il prossimo per Dio: le virtù sono tutte fondate in amore. I modelli sono le virtù stesse di Cristo, che sono come le pietre del ponte.
In questo stato non mancano i rischi, perché l'amore è ancora imperfetto. Ci si può attaccare alle consolazioni di Dio più che al Dio delle consolazioni. E trovarsi in difficoltà quando viene l'aridità, cioè le «battaglie della mente sterile» (senso di abbandono da parte di Dio, buio spirituale, mente asciutta e sterile); eppure è una prova purificatrice attraverso la quale occorre passare.
E non mancano le tentazioni, che vengono da se stessi o dal demonio, e che debbono vincersi con l'orazione, l'umiltà, la. fedeltà al Signore.
Ma l'amore di amico ha la gioia di conoscere il segreto del cuore di Gesù. Le cose segrete si manifestano all'amico. La ferita del costato è come una finestra aperta attraverso la quale l'anima vede il segreto del cuore di Gesù ed è la rivelazione dell'amore divino verso di noi e del nostro amore e cioè dell'amore con cui noi dobbiamo corrispondere all'amore divino.
Tutta presa da questo amore ineffabile, l'anima progredisce e passa al terzo scalone.
- Terzo scalone
   È alla bocca di Cristo. Perché? Conosciuto l'amore attraverso la piaga del costato, l'anima corre alla bocca di Cristo, perché ha fame e sete delle anime e vuol nutrirsi di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio, cioè del suo amore. Questo stato è caratterizzato dall'amore filiale.
Dunque ai tre scaloni corrispondono: al primo l'amore di servo, al secondo l'amore di amico, al terzo l'amore di figlio. Quest'ultimo è superiore all'amore di amico, perché questo può venire meno, mentre quello di figlio no: è stabile, perché il vincolo di figliuolanza non si può cancellare, e fa del figlio un erede del padre.
Questo stato spirituale è inoltre caratterizzato dalla pace e quiete dell'anima e dall'unione perfettissima con Gesù. La volontà sensitiva rimane come morta, poiché la sensualità e l'amor proprio sono stati sconfitti; l'anima rimane in pace anche nelle tribolazioni, le sofferenze diventano gioia perché si ama. La volontà è unita alla volontà di Dio perfettamente. Non c'è più una volontà propria. È la conformità del figlio al Padre che viene realizzata nell'anima: «Faccio sempre la volontà del Padre mio»: amore di conformità. La mente è pertanto sempre fissa in Dio: l'anima sente di essere unita a Dio: «A questi cotali l'è tolto di separarmi da loro per sentimento». S. Caterina può dire allora che, per questa unione, l'uomo «essendo mortale gusta il bene degli immortali».
L'amore è come un fuoco che sempre arde e urge dal di dentro. Poiché ama Dio, l'anima ama tutte le creature, vuole la salvezza di tutti gli uomini. Si hanno così quelli che S. Caterina chiama «altri Cristi», perché uniti con Dio lavorano e si sacrificano per la salvezza del mondo. Così gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, e quindi l'amore perfettissimo. Altre caratteristiche di questo stato sono: la ebbrezza spirituale o di amore: l'anima è come ebbra di amore per il suo sposo; la pazienza assieme alla fortezza e alla perseveranza; l'armonia interna (e cioè di tutte le azioni e comportamenti); doni speciali che talvolta vengono elargiti, come le visioni, le estasi, le stimmate, ma non sono indispensabili.
L'allegoria del ponte-scala di S.Caterina riguarda ogni anima che vuole tendere verso la perfezione; è cristocentrica; ed è imperniata sull'evoluzione progressiva della carità. La perfezione risulta dallo sviluppo normale della vita spirituale: è perciò la meta alla quale tutti possono aspirare.

                                                                                       (Mons.I.Castellano)

PAROLE PREZIOSE 

>-  libero arbitrio: «..così grande è la libertà dell'uomo e sì forte egli è divenuto per la virtù di questo Sangue glorioso, che né demonio, né creatura alcuna, possono costringerlo ad una minima colpa, se egli non voglia. Gli fu tolta la schiavitù e fu fatto libero..» (cap.14 del Dialogo, ed. Cantagalli 1992); 
>
-  il ponte: «.. volendo rimediare a tanti vostri mali, vi ho dato il ponte, che è mio Figlio, affinché, passando il fiume, non annegaste. Il fiume è il mare tempestoso di questa vita tenebrosa. (cap.21)» (..) «Ti ho detto che esso si estende dal cielo alla terra, appunto per l'unione che io ho fatta nella natura umana, che avevo formato dal limo della terra. Questo ponte, che è l'Unigebnito mio Figliuolo, ha in se tre gradinate, delle quali due furono fabbrivcate sul legno della santissima croce; la terza, quando sentì kla grande amarezza nel bere fiele e aceto. In queste tre gradinate conoscerai i tre stati dell'anima,  che ti spiegherò di sotto. (..) Il primo scalone si spoglia del vizio, levando i piedi dall'affetto della terra; al secondo si empie di amore e di virtù; al terzo gusta la pace». (cap26) (..) «Questo ponte ha pietre murate, affinché venendo la pioggia, chi vi cammina non abbia impedimento. Sai quali pietre sono queste? Sono le pietre delle vere e reali virtù. (..) ..chi non tiene per questa via, tiene di sotto per il fiume che non è via fatta di pietre, ma di acqua. E poiché l'acqua non ha chi la trattenga, nessuno può andarvi senza annegare. Di tal fatta sono i piaceri e le condizioni del mondo. (cap.27 del Dialogo, ed. Cantagalli 1992);
>
-  avarizia: «I cupidi e gli avari fanno come la talpa, che sempre si nutre di terra fino alla morte; (..) il ramo principale è la propria reputazione, da cui scaturisce il voler essere maggiore del prossimo; partorisce un cuore finto, un cuore non schietto né liberale, ma doppio, col quale l'avaro mostra una cosa con la lingua, mentre in cuore ne ha un'altra; occulta la verità, col dire bugie per propria utilità; germina pure l'invidia, la quale è un verme, che sempre lo rode e non gli lascia aver bene del suo bene, né di quello degli altri» (cap.33 del Dialogo, ed. Cantagalli 1992); 
>
-  misericordia: «..aver supposto la sua miseria maggiore della mia misericordia. Questo è quel peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché con questo non vuole, ma spregia la mia misericordia. Esso mi è più gravoso di tutti gli altri peccati... Perciò la disperazione di Giuda mi dispiacque, e fu più grave al mio Figliuolo del tradimento da lui fatto. (cap.37 del Dialogo, ed. Cantagalli 1992);
>
-  desiderio: «..il vostro desiderio è infinito, altrimenti, se io fossi servito solo con cosa finita, nessuna virtù avrebbe valore e vita, perché io, che sono Dio infinito, voglio essere servito da voi con cosa infinita. D'infinito voi non avete che l'affetto e il desiderio dell'anima » (cap.92 del Dialogo, ed. Cantagalli 1992);
>-  inganno: «(..) E se mi dimandi: - Da che cosa si può riconoscere che la visione sia più del demonio che da te? Io ti rispondo che il segno è questo: se il demonio viene nella mente a visitare l'anima in forma di luce, l'anima sente subito allegrezza al suo venire; ma quanto più vi sta, tanto più l'anima perde l'allegrezza, e nella mente rimangono tedio, tenebre e stimolo di curiosità, con un intimo offuscamento. Ma se davvero visitata da me (Gesù), Verità eterna, l'anima sente timore santo al primo aspetto; poi, con quel timore riceve allegrezza e sicurezza insieme a una dolce prudenza, per cui, dubitando, non dubita; ma reputandosi indegna per il conoscimento che ha di sé, dirà: Io non son degna di ricevere la tua visita. Se non è degna, come può essere da me visitata? Perché si volge alla larghezza della mia carità, conoscendo e vedendo che a me è possibile di dare tal grazia, né guardo alla sua indegnità ma alla mia degnazione, che la fa degna di ricevermi per grazia e sentimento, perché non dispregio il desiderio, col quale mi chiama. (..)» (cap.71 del Dialogo, ed. Cantagalli 1992; cfr. anche Vita L.M.di B.Raimondo, ed.1994 Cantagalli: prg. 85) 

Card.Godfried Danneels 
(
Conferenza su S.Caterina: 29.04.2000; Santa Maria della Scala, Siena)

«Uno sguardo su Dio - Uno sguardo sull'uomo»

     Per Caterina da Siena, l'amore a Dio é inseparabile dall'amore alla Chiesa e al prossimo. Questo ci sembra evidente, ma non lo è sempre stato. "San Francesco di Assisi aveva già compreso l'unione a Cristo crocifisso in tutta la sua portata redentrice, ma il suo pensiero ha trovato una debole eco.  Santa Gertrude è quasi la sola a parlare nello stesso senso...La preoccupazione dominante fino alla fine del XIV secolo era piuttosto il cammino ascendente dell'anima verso Dio. Gli spirituali si interessavano maggiormente alle condizioni della contemplazione che agli effetti redentori e alle loro dimensioni ecclesiali. Il loro punto di vista non era certo né egoista, né esclusivo, ma Caterina si rivela molto più di loro assillata dai bisogni della Chiesa" (J. Leclerq, La spiritualité du Moyen Age).
     In effetti, questo sguardo di Caterina sulla Chiesa, sul mondo e sull'uomo é presente ovunque nel "Dialogo", in cui essa esprime quattro domande di misericordia a Dio: misericordia per Caterina stessa (la sua conversione), misericordia per la Chiesa (la sua riforma e in particolare la riforma dei pastori), misericordia per il mondo (particolarmente per la pace) e infine misericordia, per un caso particolare (non si sa veramente per chi). Nella sua risposta, il Padre farà anche passare il mondo prima della Chiesa, poiché Cristo é venuto per la salvezza del mondo (immagini di Cristo-ponte e della scala della croce); e in seguito perché la Chiesa, e i suoi pastori in particolare, sono al servizio di questo mondo, come Cristo stesso. Per finire, questo capitolo centrale del "Dialogo" consacrato al mondo occupa più della metà dell'intero testo.
     Lo sguardo su Dio e sull'uomo sono inseparabili.
     Caterina posa su Dio uno sguardo meravigliato e innamorato di Lui. Ma cos'è che essa vede: Dio ama le sue crature ancor prima della crazione. Risalendo, in qualche modo, più avanti della Scrittura, essa ci mette alla presenza di un Dio che si stupisce, si entusiasma per l'essere che sta per creare. Dio guarda in se stesso per scoprirvi l'amore: «Ragguardando Dio in sé medesimo, s'innamorò della bellezza della sua creatura; e come ebbro d'amore, ci creò alla immagine e similitudine sua »(L. n. 308).
     Caterina lo chiamerà tra l'altro molto spesso "pazzo d'amore".
     Tu, abisso di cartità, pare che impazzi delle tue creature, come se tu senza loro non potessi vivere, con ciò sia cosa che tu sia lo Iddio nostro che non ài bisogno di noi. (...). Chi ti muove a fare tanta misericordia? L'amore, e non debito né bisogno che tu abbia di noi...( D. XXV).
     Il Padre ancora prima di trarre la creatura da se stesso dice: "Io v'amai, prima che voi foste".  Siamo nati, in effetti, da un traboccamento d'amore trinitario. E' il suo sguardo originale su Dio, prima della nostra origine, la causa dell'entusiasmo di Caterina; della sua ebbrezza, nella quale essa entra nella sua relazione con il Creatore e il Redentore. Ed è proprio questo entusiasmo che comunica a sua volta, ricordando a ciascuno la sua dignità e grandezza. E' una spiritualità dello stupore che ordinerà tutta la sua passione mistica e apostolica. Il corollario di questo stupore è la memoria, non una memoria narcisista, ma una memoria nel senso liturgico, che è memoriale, azione di grazia. Quando questa memoria è riempita dalle meraviglie di Dio, l'anima diventa resistente agli urti: "Come un vaso vuoto fa più rumore quando riceve gli urti, è anche più fragile quando è esposto ai colpi." Per questo bisogna riempire la propria memoria di azione e di grazia. L'anima diventerà tanto più resistente quanto più è piena di grazia, e si tiene sotto la fontana. "Fatti capacità, io mi farò torrente" le dice Cristo. Quando Dio le mostra la miseria del mondo, il desiderio di Caterina non fa che aumentare.
     Questo desiderio era grande ed era continuo, ma molto maggiormente crebbe, essendo mostrato dalla prima Verità la necessità del mondo, ed in quanta tempesta e offesa di Dio egli era. Ed intesa aveva ancora una lettera, la quale aveva ricevuta dal padre dell'anima sua, dove egli mostrava pena e dolore intollerabiel dell'offesa di Dio, danno dell'anime e persecuzione della santa Chiesa. Tutto questo l'accendeva el fuoco del santo desiderio, con dolore dell'offese, e con allegrezza d'una speranza per la quale aspettava che Dio provvedesse a tanti mali (D.II).

- DALLA VITA E DALLA CORRISPONDENZA AL LIBRO
     Questa pagina ammirabile dell'inizio del Dialogo mostra la maternità spirituale di Caterina. Essa ha allora 31 anni. Siamo nell'ottobre del 1378 a Siena, dove essa detta ai suoi segretari - familiari, membri della sua 'famiglia' - il frutto della sua esperienza spirituale. Quest'ultima non è puramente mistica e ai margini del mondo, ma profondamente mistica nel cuore stesso del mondo. Essa comprende i suoi colloqui con Dio e con gli uomini, le sue estasi e la sua attività pastorale impegnata su tutti i fronti: evangelizzazione, riforma della Chiesa, missioni pacificatrici tra le famiglie nobili, rivali fino al sangue. Essa si prende cura degli incurabili del corpo e dell'anima, passa le notti in ospedale e nei monasteri in cui vorrebbe rianimare il fuoco; passa settimane e mesi sulle strade della Toscana, dell'Italia e della Francia.
     Ma trasporta ovunque la 'sua cella intreriore' , la cella della conoscenza di se stessa. Durante la fase più intensa della sua vita apostolica, essa diventa sempre più itinerante ma senza mai lasciare la sua cella interiore. E' in mancanza di queste che molte colonne della Chiesa sono cadute: «Scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi abitare nella cella del cognoscimento di voi, e della bontà di Dio in voi (...). Colui che cognosce se, cognosce Dio e la bontà di Dio in sè; e però l'ama (...). E non cura le persecuzioni del mondo, nè le detrazioni degli uomini; ma il suo diletto è di portare i difetti del suo prossimo (...) e hassi fatto della cella uno cielo. E piu tosto vorrà stare in cella con pene e con molte battaglie del dimonio, che fuore dalla cella in pace e quiete (...). Fuore dalla cella muore, siccome il pesce fuore dall'acqua »(L. n.37).
     E' soprattutto nell'Eucarestia che essa si sente come un pesce nell'acqua: «E perchè nella comunione pare che l'anima più dolcemente si strenga fra sé e Dio, e meglio cognosca la sua verità, però che l'anima allora è in Dio e Dio è nell'anima siccome il pesce che sta nel mare, él mare nel pesce »(D.II).
     Caterina vive di questa 'inabitazione' reciproca e stabile che consiglia a tutti come augurio di stabilità nell'Itineranza, e che le permette di camminare in mezzo alle tempeste del mondo, della peste, della guerra dei cento anni, dello scandalo quotidiano della Chiesa, delle rivalità politiche, delle risse urbane e degli abbandonati che nessuno vuole. Il suo sguardo abbraccia peraltro tutta l'Europa, lacerata dalla lotta tra cristiani, minacciata dall'avanzata dei Turchi nei Balcani, e incapace di raggiungere una certa unità tra cristiani per una causa maggiore, extraeuropea.Il suo sguardo comprende infine anche la Terra Santa, che per una figlia del popolo significa: l'Europa e il mondo conosciuto. Essa pensa ai luighi santi e ai cristiani da liberare; pensa anche ai musulmani, affinché siano toccati dall'eroismo dei cristiani pronti a morire per Cristo e a versare il loro sangue per Lui. Essa vede già cristiani einfedeli entrare insieme ne costato aperto di Cristo, questi ultimi essendosi convertiti alla vista di come i cristiani vivono questo 'santo passaggio'. Questa visione mistica - e bisogna dirlo un po' irrealista - delle crociate non sarà più ascoltata del suo appello ai cristiani ad unirsi al dilà delle frontiere. Poichè è già l'Europa delle nazioni ad essere in gestazione, l'Europa dei regni e delle repubbliche, ma anche delle fazioni e delle lacerazioni. In queste spaccature si introdurrà il grande scisma d'occidente, che dividerà la Chiesa e 'il mondo' in due blocchi di paesi alleati. Siamo nel 1378, poco tempo prima Caterina aveva dettato il suo 'Libro', Gregorio XI era rientrato a Roma, dove, là come altrove, regnava il caos. Il Papa l'aveva appena inviata a Firenze per una missione di pace. Parecchi mesi più tardi, dopo l'elezione di Urbano VI, il mondo scivolerà nello scisma e Caterina sarà chiamata a Roma in aiuto al Papa e all'unità della Chiesa. Le lettere di Caterina a Raimondo da Capua lo rendono partecipe delle grazie straordinarie che essa riceve (la grazia dell'unione, le stimmate nel 1375); le grazie di conversione (di un prigioniero, un condannato a morte, di religiosi e di secolari) e dell'insegnamento da parte di Dio (le illuminazioni e le estasi di cui trasmetterà il frutto della sua attività apostolica orale e scritta). Tutta la sua attività di preghiera e di apostolato è infine canalizzata nel suo 'Libro' che non ha altri destinatare che quelli e quelle nelle cui mani il libro finirà. Cioè noi stessi.


- DA CATERINA A NOI
     Apriamo questo 'Libro' in un'epoca - la nostra - in cui le prove della Chiesa e dell'umanità non sono inferiori a quelle del tempo di Caterina: drammi umanitari, conflitti politici e armati, dibattiti etici. Vi sono qui altrettanti soggetti di desolazione che nelle lettere di Raimondo da Capua. Riprendiamo dunque questa pagina di Caterina. "Questo desiderio era grande ed era continuo..."
     Di quali dolori si tratta?
     I nostri dolori sono psicologici, soffriamo nella misura in cui il mondo o la Chiesa non ci danno quello che noi desideriamo e aspettiamo. Questo è un dolore narcisista, che fa regredire. Il dolore di Caterina è 'relazionale', spirituale. Essa pensa solo all'offesa fatta al Padre che, nel 'Libro' la chiama costantemente 'figlia mia'. «Sei un dolore filiale unito a quello di Cristo sulla croce. Per lo quale amore sta in continua pena, non pena affliggitiva, che affligga nè disecchi l'anima, anco la ingrassa (...). E però si duole perchè m'ama, che se ella non m'amasse non si dovrebbe» (D.IV).
     Questo quadro sarebbe dunque "dolorista"? No, questo dolore è 'pasquale' perchè il suo sguardo è passato totalmente da lei in Lui. Il suo centro di gravità è in Lui e non in Lei. Essa è di quelli che «stanno sempre in pace e in quiete, e non ànno chi gli scandelizzi, perchè ànno tolta via quella cosa che lo dà scandalo, cioé la propria volontà» (D.XCIX); e sono dunque nella gioia 'perchè stanno attaccati al tralcio dell'affocato desiderio. Tutto è per l'anima così illuminata soggetto di gioia'.
     Se noi restiamo 'ego-centrati', le miserie del mondo non suscitano in noi che pessimismo e frustrazione. Esse si ripercuotono nel circuito chiuso, di uno stesso sistema, chiuso su sé stesso. Caterina al contrario fa un salto di gioia, un salto di qualità nell'abbandono fiducioso ed è là tutta la sua grazia. 'Essa gode d'ogni cosa'. Caterina possiede l'esultanza della viva fiducia: Dio può tutto. Tra l'attualità del tempo di Caterina e la nostra, il mondo non è diventato molto più bello. Ciò che rimane bello, è lo sguardo di Caterina sul mondo, uno sguardo sollevato da un grande desiderio, che non risparmia la sofferenza, ma che culmina nell'esultanza pasquale: la sua fiducia sconfinata in Dio. 
     Quale è il suo segreto?
     Il suo segreto è il ricentrare permanente del suo essere in Dio. Essa conosce la gioia di vicere come un debitore felice. Essa chiede a Dio: "Signore chi sono io? e dimmi anche Signore chi sei tu...". La risposta sarà divina, il Padre risponde: "Sai, figliuola chi sei tu e chi sono io?" - "Se saprai queste due cose, sarai beata...". E Dio risponde: "Tu sei quella che non è; io, invece, Colui che sono" (L.M.X). E' la sua esperienza del Roveto ardente. "Tu sei quella che non è...". Ecco il tipo di dichiarazione che normalmente dovrebbe deprimere o quanto meno ferire. Ma in Caterina avviene il contrario! La scoperta del suo essere nulla davanti a Dio gli donerà una libertà nei confronti di se stessa e degli altri, che sarà la molla della sua audacia apostolica. Questa dipendenza vissuta con gratitudine è il segreto della sua gioia. Raimondo da Capua era rimasto turbato constatando, durante un viaggio apostolico, le povertà del mondo, e soprattutto della Chiesa e dei suoi ministri. Il Padre, a questo soggetto, risponde a Caterina: «Non pensano, i miserabili infedeli e superbi che Io sò colui che provengo in tutte quante le cose che sono di necessità a l'anima e al corpo, ben che, con quella misura che voi sperate in me, vi sarà misurata la providenzia mia. I miserabili presuntuosi non raguardano che Io sò, ed essi sono quelli che non sono: l'essere loro ànno ricevuto da la mia bontà.» (D. CXIX).
     Ecco l'humus, l'umile terreno in cui finiscono tutte le notizie del mondo: l'anima di Caterina. Essa possiede "un'anima di desiderio". Tutto il suo essere spirituale -psicologico e fisico - è sollevato da un immenso desiderio; il desiderio della sua unine con Dio, che essa vorrebbe peraltro condividere con la Chiesa, con il mondo, e con una persona particolare, non sappiamo chi. Ed è per questo che chiede quattro volte "misericordia".
     Il suo desiderio è sempre solidale con tutta l'umanità che Dio ha creata e ricreata nel suo Figlio.  Questo desiderio è "grande e continuo", poichè la sua creatività è sempre orientata come una corolla che si alza verso la luce, anche quando piove; come un'antenna parabolica che capta senza interruzione "la prima Verità": il Padre è il suo Verbo. Questo desiderio è una specie di "camera acustica" la retina della sua percezione spirituale, le notizue che le provengono dal mondo non la schiacciano ma, sono raccolte come sfida. Questo desiderio di Caterina è una partecipazione al desiderio di Cristo prima della sua passione: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi» (Lc 22,15). E' un desiderio profondo e di lunga durata, mentre i desideri della nostra società sono superficiali e miopi.
     E' il desiderio di Gesù, "Che si è nutrito alla tavola del desiderio, nella ricerca del mio proprio onore, Eterno Padre..." Un desiderio che accresce vedendo le miserie del mondo. Come se il suo desiderio non bastasse, aumenta ancora di più, quando Dio le mostra le miserie nelle quali il mondo è immerso, articolarmente per le offese fatte a Lui. Dio le dice: «Io gli proveggo. Con che? Con la manifestazione di me medesimo a loro, facendolo in me vedere, con grande amaritudine, le iniquità e le miserie del mondo e la dannazione de l'anime in comune e in particulare secondo che piace alla mia bontà, per farli crescere in amore e in pena» (D. CXLV)
     Essa vede dunque il mondo con gli occhiali di Dio - con gli infrarossi - alla luce del suo amore, e con il cuore di Dio essa risente tutta l'offesa. Essa ne soffre per Lui, perchè lo ama. E lo ama perchè sa che "Noi siamo fatti di solo amore". Che strano capovolgimento di proporzioni alla luce della fede! Tutte le tribolazioni e le pene di questo mondo sono meno che niente davanti al dolore inferto a Dio.
     E con la grande tribolazione che sostengono, vedendo offendere me e privare l'anime della grazie, spegne ogni sentimento di questa minore, in tanto che tutte le fadighe loro che in questa vita potessero sostenere, le riputano meno che non cavelle (D. CXLV). Noi, guardando gli orrori della nostra epoca, pensiamo troppo raramente a Dio e alla sofferenza che Egli prova.
     Raimondo da Capua condivide il suo stesso dispiacere, e essa lo chiama "padre dell'anima sua". Il suo sguardo, l'ha dunque ricevuto da Dio e dalla Chiesa e vede il mondo come figlia del Padre e come figlia di San Domenico, il quale anche lui esclamava: "Che avverrà dei peccatori?. Caterinasi infiamma per Dio umiliato e per questo mondo ferito e ferente. Le due cause sono indissociabili ai suoi occhi. "Il dolore che essa risentiva..." Questa esperienza di umiltà e di dipendenza è il punto di leva dell'esistenza di Caterina: essa non coniuga la sua vita in "io" ma in "tu".
     In Caterina, non vi sono combinazioni possibili, nè compromessi. O Dio è Colui che non essendo che per Lui, io non sono niente; e dunque ho il diritto e il dovere di sperare, di rallegrarmi nella fiducia e di abbandonarmi aColui che provvede in tutto. O io sono quella che è, allora non vi è più posto per Dio che deve scomparire. Questo genera presunzione, inquietudine per sé e autosufficienza continuamente minate dal dubbio. Nessuno può servire due padroni, questa attitudine di fede è una scelta radicale.


- L'IMPOTENZA NON E' DEBOLEZZA - LA FORZA DELLA CROCE 
     Il contesto. Un secondo testo è preso dall'orazione per la domenica della Passione, scritto a Roma, il 27 marzo 1379. Lo scisma ha già avuto luogo (21 ottobre 1378): Urbano VI è a Roma, Clemente VII ad Avignone. Caterina è arrivata a Roma dal novembre del 1378 chiamata da Urbano VI. L'Europa è lacerata dall'alto in basso, come pure ogni ordine religioso. Caterina contempla "il gran medico del mondo" e gli chiede "un rimedio per il mondo che giace nella morte". Nè più nè meno. Davanti al disastro della Chiesa e dell'Europa lacerata politicamente dalla guerra dei cento anni e religiosamente dallo scisma, davanti al caos di Roma (le armate francesi del Papa Clemente VII occupano Castel Sant'Angelo e Urbano VI si è rifugiato a Santa Maria in Trastevere), Caterina avrebbe potuto lasciarsi andare a un sentimente d'impotenza e di lamento sulla Chiesa e su tutta la società. 
     Ma ecco che si lascia andare alla contemplazione, con tutta la Chiesa, in questa domenica della Passione, essa medita sulla liturgia del giorno. Nelle sue preghiere legate ai tempi liturgici, una parola ritorna spesso: "oggi", "hodie", un termine tipicamente liturgico che rende la Chiesa in preghiera contemporanea all'avvenimento salvifico del passato, commemorato in quel giorno. Caterina ha perfettamente compreso la portata della "memoria" liturgica, per questo non si ritira nelsemplice ricordo del passato, ma si situa nel cuore di una brucianta attualità. Ques'ultima non è l'agitazione ecclesiastica o civile del momento, ma il mistero della grazia offerta in abbondanza "oggi". Dopo di ciò, essa invia per il mondo una scarica di lettere!
     Orazione XXII: domenica della passione.
     Caterina getta innanzitutto uno sguardo su Dio. O Dio eterno, alta ed eterna grandezza, tu sei grande ma io sono piccola (...) Ma se io raguardo nella tua altezza, ogni elevazione che possa fare l'anima mia in te è come notte oscura assomigliata alla luce del sole ovvero quanto è differente la luce della luna dalla ruota del sole, (...).
     E quando ho potuto giungere all'affetto della carità tua (...) . Quando fu tempo e venne la pienezza del tempo sacro, il quale pare tempo accettabile (...). Allora quando venne il gran medico del mondo, ciò è il tuo Figliuolo unigenito; quando lo sposo si unì alla sposa, cioè la divinità del Verbo all'umanità nostra, e di questa unione fu mezzo Maria, che rivestì te sposo eterno della sua umanità. La grandezza di Dio si si è rivelata gratuitamente al momento dell'Incarnazione del Verbo nel seno di Maria: è allora che "il gran medico del mondo" si è fatto conoscere in tutta la sua carità. Ma questa carità sarà svelata ancora di più sulla croce: «Ma, come io vedo, l'anima venne a perfetta cognizione dell'affetto della carità tua, nel lume tuo, nella passione di questo Verbo, perchè allora il fuoco ascoso sotto la cenere nostra cominciò a manifestarsi largamente e pienamente, aprendo il suo corpo santissimo sul legno della croce. E acciò che l'affetto dell'anima fosse tratto alle cose alte, e l'occhio se l'intelletto speculasse nel fuoco, tu Verbo eterno hai voluto essere levato in alto dove ci hai mostrato la misericordia e la larghezza tua».
     Questa grandezza dell'amore e della misericordia mostrata attraverso l'Incarnazione ha covato come il fuoco sotto le ceneri, fino ai giorni della passione, in quel momento è esploso in pieno giorno. Caterina esclama di meraviglia davanti a questa "beata passione": O passione desiderata! Ma tu Verità eterna dici che non si desidera, né è amata da chi ama se stesso, ma da chi si è spogliato di se e si è vestito di te, sorgendo con lume nel tuo lume a conoscere l'altezza della tua carità.
     In effetti, come Dio dice a Mosé: "Nessuno può vedere Dio senza morire" (Es 33,20). Caterina acconsente, ma in questo senso 'Nessuno può vedere Dio a se stesso' Caterina è abbagliata davanti all'alleanza contratta dalla natura divina unita alla nostra nel mistero delll'Annunciazione. Ma questo è ancora niente dinanzi alla meraviglia di poter gustare, e inebriarsi dell'infinita carità di Dio, così come è stata svelata nel mistero del suo annientamento: «O piacevole e tranquilla passione, la quale con tranquillità di pace fai scorrere l'anima sopra le onde del mare tempestoso! O dilettabile e molto dolce passione, o ricchezza dell'anima, o refrigerio degli afflitti, o cibo agli affamati, o porto e paradiso dell'anima, o vera allegrezza, o gloria e beatitudine nostra!» Onde per te, passione, (l'anima) vuole intendere e conoscere la verità, e inebriarsi e consumarsi nella carità di Dio per la tua infermità, la quale pare infermità per la umanità nostra la quale ha patito in te; ma non di meno l'altezza è grandissima per il mistero che venne da essa in virtù della dietà, con la quale eleva sé all'altezza della stessa deità... Raguarda anima mia, e vedrai il Verbo nella nostra umanità fatta come nuvola, ovvero tenebre della nostra umanità, ma sta ascoso dentro il sole e splendore divino sì come il cielo sereno alcuna volta sta nascosto sotto la nuvola.
     In seguito essa guarda il mondo: O dolce ed eterno Iddio (...). Tu sommo medico, ci hai donato il Verbo con l'esca dell'umanità (...). E così facendo te piccolo hai fatto grande l'uomo; satollato di obbrobri l'hai saziato nell'affetto della tua carità; spogliandoti della vita, hai vestito lui della grazia; riempito tu di vergogna, hai reso a lui l'onore. Essendo tu oscurato quanto all'umanità, hai reso a lui il lume, essendo tu disteso sulla croce, lo hai abbracciato; e gli hai fatto una caverna nel costato tuo, nella quale avesse rifugio dalla faccia dei nemici, nella quale caverna può conoscere la tua carità... Quanto più raguardo all'altezza tua nella passione del Verbo, tanto più la mia anima misera miserabile si vergogna perchè non ti ha mai conosciuto (...) Ma piaccia oggi all'altezza della tua carità d'illuminare l'occhio dell'intelletto mio, e di coloro che m'hai dato per figliuoli, e di tutte quante le creature che hanno in sè ragione. Caterina pone a Dio una domanda 'medicale' poiché si è scoperta cieca di una malattia dello sguardo e lo ha scoperto come medico che guarisce la causa di questa cecità: l'amor proprio.
     O deità, amor mio, una cosa ti domando: nel tempo che il mondo giaceva infermo tu gli mandasti il tuo unigento Figliuolo come medico, e questo so che lo facesti per amore. Ora vedo il mondo totalmente giacere nella morte, e così grande che l'anoma mia manca in questa visione. Che modo vi sarà, ora, per risuscitare un'altra volta questo morto, essendo tu Dio impassibile, e che sei per venire non più a ricuperare, il mondo, ma a giudicarlo? In che modo, dunque, si renderà la vita a questo morto? Io non credo, o infinita bontà, che a te manchino i rimedi, anzi, confesso che né l'amore tuo manca, né la tua potenza è indebolita, né la tua sapienza è diminuita; e perciò tu vuoi e puoi e sai mandare il rimedio che bisogna. Per la qual cosa supplico che, se piace alla tua bontà, che mi mostri questo rimedio, che l'anima mia sia inanimata a toglierlo virilmente.
     Nella sua risposta il Padre indica il rimedio: gli occorrono altri cristi, i ministri della Chiesa che vinceranno la morte e risusciteranno il mondo: E' vero che il tuo Figliuolo non è per venire più se non in maestà, a giudicare, come detto è. Ma, come vedo, tu chiami cristi i tuoi servi, e con questo mezzo vuoi togliere la morte e rendere la vita al mondo. E in che modo? Che essi camminino virilmente per la via del Verbo, con sollecitudine e con infocato desiderio, procurando il tuo onore e la salute dell'anime; per questo sostenendo pazientemente pene, tormenti, obbrobi e rimproveri, da chiunque gli siano fatti; con queste pene finite, all'infinito desiderio loro tu vuoi dare refrigerio, cioè esaudire le preghiere e colmare i desideri loro. Ma se patissero solamente corporalmente, senza il desiderio sopra detto, non gli basterebbe, nè ad esse nè agli altri, così come la passione nel Verbo, senza la virtù della deità, non avrebbe soddisfatto alla salute della generazione umana. O rimediatore ottimo, dà dunque a noi di questi cristi, che vivano continuamente in vigilie, in lacrime, in orazioni per la salute del mondo Tu li chiami cristi tuoi perchè sono conformati nel tuo unigento Figliuolo. Ah, eterno Padre, concedici che non siamo ignoranti, ciechi o freddi; nè di tanto oscuro vedere, che non vediamo noi medesimi, ma dacci di conoscere la volontà tua (...). Dunque non dormire più, o anima mia miserabile che hai dormito tutto il tempo della vita tua. O amore inestimabile, la pena corporale dei tuoi servi potrà per virtù del santo desiderio dell'anime loro, il quale desiderio potrà per la virtù del desiderio della tua carità.
     O misera anima mia, non abbracciatrice della luce ma della tenebra! Levati, levati su dalla tenebra, destati te medesima, apri l'occhio dell'intelletto e raguada l'abisso nell'abisso della carità divina, perchè se tu non vedi non puoi amare: quanto vedrai tanto amerai, e amando seguiterai, e vestirai te della volontà sua. Peccavi Domine, miserere mei. Amen.
     Cosa ritenere da questo colloquio nel cuore della tempesta?
     Quando la Chiesa va male, ci mettiamo sempre più a parlare di lei e sempre meno a parlare di Cristo; idem a proposito dello stato del mondo. Per Caterina, visto che la Chiesa e l'umanità sono relative a Dio, è il male fatto a Lui che essa guarda in primo luogo. La nostra sofferenza apostolica, i nostri scoraggiamenti, e la nostra impotenza non sono niente davanti alla dolorosa coscienza che Dio non è amato. Caterina vive interamente sull'asse verticale prima di impegnarsi nell'orizzontale. Dio è più importante di tutte le miserie del mondo riunite. lo sguardo non deve fermarsi sulla malattia e sul malato, ma fissarsi sul medico.
     Facilmente noi diciamo: Dov'è Dio in tutto questo? Che cosa fa? Sembra così lontano. Forse che dorme?
     E' da così tanto tempo che Egli è venuto: duemila anni, ma Caterina vede Dio nell'atto di "dirsi"nella nostra storia. Attraverso l'Incarnazione, Egli è ancora "velato sotto le ceneri dell'umanità"; ma nella sua passione, Egli si svela nel suo corpo semi-aperto, dove si tocca "la brace incandescente della carità, il fuoco". Essa vive questa presenza di Cristo incarnato, crocifisso e risorto nell' oggi della celebrazione liturgica.
     Egli resta presente in una attualità esistenziale e "misterica". E' allora che essa pone la domanda drammatica: in che modo il mondo straziato a morte potrà risuscitare? La risposta: «Cristo chiama i suoi servi a essere come lui altri cristi. Il Padre non cessa di dire a Caterina: "però che io vi creai senza voi, ma senza voi non vi salverò» (D. CXIX). 
     Il Padre ci ama, ma a Lui noi non possiamo fare niente; per questo Egli ci ha donato la mediazione del prossimo per essere salvati. Gli altri cristi, invece di scoraggiarsi in un sentimento narcisista di impotenza, devono vivere la forza nella loro debolezza. Sulla croce Cristo è stato debole, ma non impotente. La sua potenza vi era perfino sovrana. 
     Egli era debole nella sua umanità, ma potente nella sua divività. Gli altri cristi dovranno dunque comunicare all'umanità debole e alla divintà potente di Cristo. Il suo sangue umano era energia di Dio.
     Sottolineiamo infine la poetica del linguaggio cateriniano: esso nasce dall'intensità di una relazione d'amore. Non si parla bene che di ciò che si ama. Il problema del linguaggio con il quale dire Dio alla nostra cultura, non dipende innanzi tutto da trucchi di oratoria, nè da artifici retorici, ma dall'intensità della relazione d'amore con Dio e con il suo Cristo. E' in questa lava incandescente che troveremo la poetica per dire Dio ai nostri contemporanei.


-  LA LEZIONE DI MUSICA (Dialogo CXLVI)
     Le grandi e le piccole corde. Un terzo testo è tratto dalla risposta che Dio dà alla quarta domanda di Caterina nel Dialogo: la misericordia in generale e davanti ad un caso particolare sconosciuto. Il testo si trova alla fine del Trattato sulla Provvidenza. Nelle città medievali, si sentivano spesso suonare le viole dei trovatori, le viole dell'amore. Esse avevano un fascino irresistibile, a condizione che le corde suonassero in armonia. Caterina si ispira a questa immagine per dirci come anche il Padre ci attira in un modo irresistibile. Si potrebbe intitolare questo testo: La lezione di musica.
     Voglia il mondo o no, non possono fare gli iniqui che non sentano della piacevolezza di questo suono. Anco molti e molti con questo lamo e istormento ne rimangono presi: partonsi dalla morte e vengono alla vita. Tutti i santi ànno preso con quest'organo. Il primo che sonasse in sono di vita fu il dolce e amoroso Verbo pigliando la vostra umanità. E con questa umanità unita con la Deità, facendo uno dolce suono in su la croce, prese il figliuolo de l'umana generazione; prese il dimonio (...).
     Tutti voi altri sonate imparando da questo maestro. Con questo imparare da lui presero gli apostoli, seminando la parola sua per tutto il mondo; i martiri, i confessori, i dottori e le vergini, tutti pigliavano l'anime col suono loro.
     Dio ha donato a tutti uno strumento con delle corde grandi che sono: la memoria, l'intelligenza e la volontà, le tre potenze dell'anima. Ma noi abbiamo anche le corde piccole: i sentimenti, e gli organi del nostro corpo. Le corde grandi emettono 'un suono soavissimo'. Quando la memoria è aperta al ricordo dei benefici di Dio di cui essa è riempita, sfugge alle trappole del narcisismo; quando l'intelligenza è aperta alla luce della fede, sfugge alla seduzione del mondo; quando la volontà si apre al desiderio di Dio e all'amore per Lui, si chiude davanti all'amor proprio. Ma il suono non è perfetto e attraente fin quando le corde piccole non suonano anch'esse in armonia; fin quando tutti i movimenti della vita, e il nostro stesso corpo non è accordato alla volontà di Dio, attraverso la vita della Chiesa. Quando tutte le corde suonano in armonia allora il suono affascina il cielo e la terra. Esso è l'esca irrestistibile per tutti i santi e gli iniqui.


- "L'EXULTET" DI CRISTO IN CROCE.
     E' così che Cristo sulla croce emettendo un potente grido di morte, in realtà canta il suo "exultet" di vita. "E dopo ricevuto l'aceto, Gesù disse: Tutto è compiuto! E chinato il capo spirò" (Gv 19,30). 
     E' il compimento. Lo spirito di pace che ne deriva viene comunicato agli uomini. Odi grande pazienza! che non ragguarda all'ingiurie che gli sono fatte in su la Croce; ode il grido dei Giudei, che dall'uno lato gridano crucifige, e dall'altro, che egli discenda dalla croce, e gli grida: "Padre, perdona". E non si muove punto, perchè dicano che egli discenda, ma persevera infino all'ultimo: e con grande letizia gridò, e disse"Consummatum est!" E poniamochè ella paresse parola di tristizia, ella era di letizia... (L. n.101)
     Cristo aveva tanto desiderato la nostra salvezza, che egli esulta nel compimento della sua missione. La vera pace coincide con la gioia del Servitore. E' imparando da lui che si emette questo suono di vita, un suono che piace a Dio, una lode a Dio, in suo onore e per la salvezza dell'umanità. Queato suono è irresistibile a Dio e agli altri uomini.
     Cosa ritenere da questo testo?
     In un mondo disincantato come il nostro, dove si sviluppa una cultura di morte sul trono, qua e là, di una musica macabra, gli uomini hanno sempre più bisogno di essere rincantati. Questo accade anche da solo, non appena percepiscono questa musica che viene da Cristo e dalla sua passione: "Voglia il mondo o no, non possono fare gl'iniqui che non sentano della piacevolezza di questo suono". Questo suono armonioso dell'amore ha una irrestistibile forza di attrazione. "Partonsi dalla morte e vengono alla vita" E' una vera e propria musico-terapia! Ed è Dio che ci insegna questa musica. Ce la insegna in parte attraverso la religione naturale, poichè il maestro di canto si trova sulla croce. E' là in effetti che Cristo si manifesta come "incantato" (exultet, jubilus ). Per la riconciliazione che egli ha compiuto tra noi e suo Padre. Questo canto è cominciato nel momento dell'Incarnazione nel seno di Maria. E' là che questa musica si è "nascosta dentro le pieghe della nostra umanità" secondo le parole stesse di Caterina, ma si è fatta sentire pienamente e in tutto il suo fascino sulla croce. E' là che l'amore ha emesso "un suono attraente": " prese il figliuolo de l'umana generazione; prese il dimonio". E' là che la sua musica ci ha definitivamente liberati.


- CONCLUSIONE
     Tutto questo non somiglia per niente al dolorismo. Si tratta di una visione ottimista dell'uomo e della sua "folle dignità". Essa è fondata su una spiritualità dello stupore davanti a questo eccessivo amore di Dio. Quando si risale alla origine dell'uomo, che è nel seno della Trinità, tutto si situa nell'ordine della sovrabbondanza e del primato dell'amore sul soggetto. Dio dice a Caterina: "Voi siete fatti di solo amore".
     Non è altro che una visione ottimista della nostra storia che, agli occhi di Caterina, è animata interamente dalla sollecitudine di Dio, che vuole una sola cosa, farci partecipi della sua vita.
     E' solo fissando gli occhi su questo orizzonte che coltiviamo, come essa dice ancora: "l'allegrezza d'una speranza per la quale aspettava che Dio provvedesse a tanti mali". E solo così che si impara la speranza che trionfa, perchè ci si appoggia unicamente sulla forza della fede in Dio, che conduce il mondo verso il suo termine e l'umanità verso il suo compimento. Tutto il pensiero di caterina si situa all'opposto di un pelagianesimo, che confida solo sulle nostre forze e generosità umane.
     Caterina ci invita a entrare in questo sguardo di fede che si impara, e che capovolge le prospettive. Essa permette di assumere le tribolazioni di fede che si impara, e che capovolge le prospettive. Essa permette di assumere le tribolazioni con fiducioso abbandono, non per uno sforzo volontarista di superamento di sè, ma in un apprendimento paziente e gioioso di purificazione dell'amor proprio, vattraverso la partecipazione all'amore divino e puro, per pura grazia. 
     Questo sguardo è passione, contagio, leva per accedere ad una visione divina dell'uomo e della storia. Questa unione all'amore di Dio non è indolore, ma non si tratterà più "di dolore afflittivo", che si lamenta dei propri mali, ma sarà "dolore unitivo" che soffre perchè Dio non è amato.

LIBRI - Una nuova edizione critica del «Dialogo» di Santa Caterina da Siena, curata da Giuliana Cavallini -  
             Una preziosa guida nel cammino verso la vera perfezione cristiana 
                                      Commento di Mario Ismaele Castellano (Osservatore Romano- 9 febbraio 1996).

   Può destare meraviglia che solo ai nostri giorni, a sei secoli di distanza dalla morte di S.Caterina da Siena (1380) e dopo innumerevoli edizioni in italiano, in latino, in tutte le lingue europee e persino in giapponese, di quello che Lei chiamava «il libro» e gli editori chiamarono «Dialogo della Divina Provvidenza» o «Libro della Divina Dottrina», sia stata pubblicata una edizione rigorosamente critica. Ma è proprio così, il merito va alla Prof.ssa Giuliana Cavallini, Direttrice del Centro Nazionale di Studi Cateriniani in Roma, la quale ha concluso il suo lungo e paziente lavoro pubblicando presso le Edizioni Cantagalli di Siena, con ampio apparato critico, II Dialogo (pp. XLVW610, L. 60.000).
In verità la Cavallini aveva già pubblicato nel 1968 una edizione critica del Dialogo basata unicamente sul codice 292 della Biblioteca Casanatense in Roma, del sec. XIV, senza poterlo confrontare con altri codici, per fornire tempestivamente uno strumento indispensabile alla proclamazione di S.Caterina da Sie­na a Dottore della Chiesa Universale, che il Papa Paolo VI aveva annunziato di voler fare, e fece effettivamente nel 1970, unendo alla Santa Senese S.Teresa d'Avila. Mentre questa edizione, ristampata anastaticamente nel 1980, andava rapidamente esaurendosi, la Cavallini confrontava il testo del codice casanatense con altri dei più importanti, quale il T.II.9 della Biblioteca Comunale di Siena, anch'esso del sec. XIV. Il frutto di questo lavoro di collezione è l'apparato critico; inoltre le numerose note a pie' di pagina contengono riferimenti a passi paralleli o a fonti varie, oppure aiutano a chiarire il senso di alcune espressioni dell'antico linguaggio senese, mentre le postille marginali riassumono nel linguaggio corrente il contenuto dei singoli paragrafi. In sostanza la Cavallini ha mantenuto come testo base il codice casanatense, ritenuto il più vicino all'originale, e ne espone la ragione.
   Prima di morire Caterina scrisse al «padre dell'anima sua», il B. Raimondo da Capua, una lettera (la 373), chiedendogli di esaminare, con altri tre teologi anch'essi suoi discepoli, «il libro e ogni scrittura che trovaste di me», e di farne quello che vedessero fosse «più onore di Dio». Non risulta che i censori abbiano fatta alcuna correzione, eccetto la cancellazione del pronome «me» che poteva sembrare improprio laddove l'Eterno Padre, dialogando con Caterina, l'usa con riferimento a Cristo nell'Eucaristia. Queste cancellazioni, che si trovano soltanto nel ms. 292 della Biblioteca Casanatense, sono un prezioso indice della priorità di questo codice sugli altri dove il «me» non compare affatto.
   Inoltre questo codice, tra i più antichi e probabilmente il primo in assoluto su quanti si conoscono, è attribuito con serio fondamento a Barduccio Canigiani, morto nel 1382, appena due anni dopo S.Caterina. Sappiamo infatti che Caterina dettava (tra l'autunno del 1377 o la primavera seguente e i primi dell'ottobre 1378, come afferma la Cavallini) il Dialogo a tre suoi discepoli che le facevano da scrivani: due senesi, Stefano Maconi e Neri di Landoccio de' Pagliaresi, e uno fiorentino, Barduccio Canigiani appunto, quanto mai caro a «mamma» Caterina.
   Sebbene non avesse scritto il Dialogo di suo pugno, nessuno aveva mai dubi­tato, in tanti secoli, che Caterina ne fosse l'autore. Solo in tempi vicini a noi una certa critica, che ha come esponente R.Fawtier, ha avanzato l'ipotesi che esso sia opera dei discepoli, i quali avrebbero messi insieme scritti di lei, raccolti qua e là. La Cavallini dimostra che l'impronta cateriniana del Dialogo è indubitabile. Gli argomenti interni dì autenticità messi in luce dalla critica moderna si possono così riassumere: la stessa dottrina, espressa con le medesime parole, si ritrova nel Dialogo, nelle Orazioni e nelle Lettere, della cui autenticità non si può assolutamente dubitare; la Lettera 272 è come un abbozzo del Dialogo; nel suo «libro» c'è non solo la dottrina ma la vita stessa di Caterina, il suo misticismo, la sua missione per la riforma della Chiesa e la pace nel mondo, quali conosciamo da altre fonti, e soprattutto dalla Vita scritta dal B.Raimondo. Gli argomenti esterni di autenticità sono dati dalle testimonianze dei discepoli, del B.Raimondo, e specialmente del famoso Notaio, Ser Cristofano di Gano Guidini, il quale nelle sue Memorie attesta, e certifica con il suo sigillo, di aver assistito alla dettatura del libro «grande come un messale», fatta da Caterina ai suoi scrivani mentre era astratta dai sensi.
  
Qui nasce un altro problema critico: che cosa significa la dettatura del Dialogo fatta da Caterina in estasi? Nel Dialogo l'Eterno Padre risponde alle domande di S. Caterina con ampie esposizioni: è lui l'autore del libro o il «dialogo» è solo una finzione letteraria per mettere in bocca all'Eterno Padre il pensiero di Caterina? Né l'uno né l'altro. Il Dialogo abbonda di frasi illuminanti come queste: «Ho detto alla tua mente... Apri l'occhio dell'intelletto tuo e riguarda in me, sole di giustizia, e vedrai... Levando Io te sopra di te per santo desiderio ed elevazione di mente ti mostrai tutto il mondo...». Caterina stessa afferma fin dal Proemio che «essendo in orazione levata con grande elevazione di mente» potè conoscere la verità di Dio e dell'uomo. Dunque, non un libro «ispirato da Dio», ma un libro di sapienza «non acquisita ma infusa dall'alto» come i Papi, a cominciare da Pio II, colui che canonizzò Caterina, hanno costantemente riconosciuto
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                                                                                                                              (Mons.I.Castellano)

>RAGIONARE E CREDERE   (da La Patrona d’Italia e d’Europa, n.3 del Lug-Set. 2007)

   [..] Al tempo di santa Caterina da Siena (1347-1380), era iniziata la crisi del rapporto armonico tra ragionare e credere proprio del secolo precedente a motivo della svolta epocale rappresentata dal pensiero di Guglielmo di Ockam (1290­1349), teso a negare qualsiasi rapporto tra le verità rivelate (credute) e le verità ra­gionate, cosicché può dirsi che inizia con lui lo spirito "laico" non però laicista. Il pensatore francescano , formatosi ad Oxford, sosteneva il primato dell' espe­rienza quale unico fondamento della sola conoscenza di ragione (con conseguente dissoluzione della conoscenza metafisi­ca), che ha per oggetto l'individuo contin­gente, sperimentale. Sebbene allora non fosse ancora giunta ai successivi contrasti che ora investono il nostro tempo, tuttavia santa Caterina da Siena tratta ripetutamente questa questione, non dal punto di vista della discussione critica, bensì quale acuta ragionatrice sostenuta da una straordinaria fede qual era la sua. I suoi saggi , riflettuti e meditati insegnamenti conservano tutta la loro validità quale che siano state le persone e le situazioni alle quali erano diretti.

Nel Dialogo, là dove parla del sapere di­sordinato a causa della superbia mentale, cioè l'eccessiva opinione del proprio sape­re (cfr. SommaTeologica Il-Il, q. 162, a . 1, ad 2), dice che la scienza, quale conoscen­za umana è cosa senz'altro buona in se stessa ma diventa velenosa, vale a dire dannosa ed erronea, se non è accompagna­ta dall'umiltà, dal riconoscimento del pro­prio limite nella capacità di apprendere.

   "La scienza", scrive, "in sé buona e perfetta ( ... ) diventa un veleno ( ... ) se ha perduto il bene che illumina la ragione (Rivelazione) e l'occhio dell'intelletto si è offuscato"; poi così precisa: "La scienza è buona in sé ma non in colui che la com­pie come non dovrebbe", portando come esempio san Tommaso: "Tommaso d'A­quino raggiunse il suo sapere più per l'impegno dell'orazione che per lo studio umano" (Dialogo 96).

   Nella lettera inviata a Rainaldo da Ca­pua, studioso di sottile ingegno e acuto in­vestigatore della sacra Scrittura, conosciu­to da Caterina tramite il beato Raimondo, gli dice che chi investiga con umiltà (. .. ) cerca di conoscere tutte le cose secondo l'eterno volere di Dio (. .. ). I presuntuosi in­vece, prima di aver preso coscienza del lo­ro stato (..) si mettono a investigare le opere di Dio e dicono: Perché ha permesso questo? (..) E perché ha fatto accadere queste cose? (. .. ) Acuiscono così il proprio intelletto (..) per intendere a modo loro (. .. ) senza l' ausilio della fede (. .. ) cosicché il frutto che ne ricavano è la confusione del sapere e l'accecamento della mente ( ... ) a causa dell'agitazione mentale che insinua loro il dubbio (cfr. Lettera 343).

   È un esempio della mancanza del limi­te conoscitivo.

   La santa si riferisce qui direttamente a coloro che indagavano le Scritture, infatti così annota il Ferretti: "Da vera maestra vuole che chi studia le sacre Scritture lo faccia con la mente piena di Dio e non pie­na di fantasie" (Lettere di s. Caterina da Siena, con note di P. M. Lodovico Perretti, Tip. S Caterina, Siena 1930, V, p. 122.n. 1).

   Il suo saggio richiamo non solo resta valido per i cultori del sapere sacro ma anche per chi è oggi impegnato in qual­siasi ambito del sapere, per essere più che mai consapevoli della responsabilità di rendere un autentico servizio alla verità e ai valori capaci di contribuire a una digni­tosa crescita della vita umana.

   Santa Caterina sul dovere primario per l'uomo di ricercare e di divulgare la verità vi ritorna spesso nei suoi scritti, con nu­merosi e prolungati interventi. (cfr. Cono­scimento, in Il messaggio di s. Caterina da Siena dottore della Chiesa, Ed. Vin­cenziane, Roma 1970, pp. 1093-1094).

   Nella Lettera 318 sritta da Roma nei suoi ultimi mesi di vita al discepolo sene­se Sano di Maco, da lei messo a capo dei suoi "figlioli", gli dice che colui che per primo ci chiama alla conoscenza della ve­rità è Cristo stesso verità che è "acqua vi­va", perché lui è "via, verità e vita" e questo percorso della verità che dobbiamo compiere non è altro che la comprensione "della dottrina di Cristo crocifisso".

   Caterina però, sempre nella stessa Let­tera, ammonisce ad essere vigilanti per­ché l'uomo subisce anche un altro alletta­mento deviante dalla verità, quello del Maligno che offre all'uomo quello che lui è. "lo, gli dice, sono privo di Dio e anche tu ne sarai privato. ( ... ) L'insegnamento che inculca all'uomo è quello di tutti i vi­zi ( ... ), il disordine mentale". La scorret­tezza mentale per Caterina culmina pro­prio nella negazione di Dio.

Nella Lettera 341 del 1378-79 ad An­gelo Correr, neo eletto vescovo castellano, come chiamavasi allora il vescovo di Ve­nezia, divenuto poi papa col nome di Gre­gorio XII (1406-1409), Caterina col suo solito disarmante ardire, gli dice: "Dio vi ha messo nel giardino della santa Chiesa e postovi il peso delle anime acciocché  ( ... ) sposando realmente la verità mai venga taciuta per nessun timore". Cateri­na unisce sempre verità e coraggio.

   È con l'apprendimento della verità, so­stiene, che l'uomo diventa libero, "perché la verità è quella cosa che ci libera ( ... ) e deve essere insegnata da persone veritiere ( ... ) non da persone ignoranti e idiote del­la verità". Questo è quello che scrive nel 1378 al cardinal Pietro di Luna, diacono in Santa Maria in Cosmedin, che aveva sostenuto, senza timore, l'elezione di Ur­bano VI, poi contestata, e per questo la santa lo loda e lo invita a rimanere fermo nella verità e nella fedeltà al vero papa. [..]

                                                                                    (P.Lorenzo Fatichi  O.P. ; in.Rivista di Ascetica e Mistica, n 1- 2007)